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Libia, la parola agli esperti

Il Caffè Geopolitico ha intervistato tre esperti sulla crisi libica: vediamo con Alberto Negri (Il Sole 24Ore), Mattia Toaldo (Policy Fellow presso lo European Council of Foreign Relations ) e Arturo Varvelli (ISPI) quali sono le prospettive per un Paese fondamentale anche per la sicurezza italiana ed europea.

La situazione in Libia è complessa, tra fazioni e interessi avversi, come da voi spesso notato. Quale sembra essere la problematica principale, quella, idealmente, dalla quale iniziare per risolvere i problemi del Paese?

  • Alberto Negri
  • Mattia Toaldo
  • Arturo Varvelli
Disarmare le milizie. Disarmare le milizie perché ce ne sono centinaia, non soltanto quelle che fanno riferimento alle principali fazioni, di Tripoli o di Tobruk, oppure al Califfato, ma centinaia di milizie che sono sparse per il Paese, sia nella zona costiera che all’interno, rappresentando spesso clan o tribù.
Le problematiche da cui partire sarebbero tante, ma se proprio dovessi sceglierne una opterei per la distribuzione delle risorse. Più nel dettaglio bisognerebbe bloccare l’accesso al controllo diretto delle risorse petrolifere e far diminuire il potere delle agenzie che ne redistribuiscono i proventi. Questo sarebbe il primo passo da compiere, perché eliminare le principali fonti di sostentamento economico dell’ISIS potrebbe bloccarne l’avanzata nel Paese.
Una risposta che meriterebbe un paio d’ore! La problematica principale è emersa in seguito alla caduta del regime di Gheddafi, una forma di governo basata su legami di natura clientelare. A capo della Jamahiriya libica da lui stesso instaurata, Gheddafi si è posto come deus ex machina in grado di muovere le fila di uno Stato caratterizzato da instabili equilibri tra numerose tribù, oliando il meccanismo con la ridistribuzione dei derivati delle vendite del petrolio. Caduto Gheddafi, il suo sistema di relazioni informali è crollato e così il patto sociale su cui si basava si è spezzato. La quasi totale assenza di una classe borghese e di un esercito, derivante dalla chiara volontà di Gheddafi di avere all’interno del proprio Stato Istituzioni deboli che non potessero minacciare il proprio potere, hanno lasciato spazio al caos. In questo caotico contesto è emerso il conflitto tra le diverse identità presenti in ogni singolo cittadino libico, in primo luogo quella nazionale (i confini della Libia furono disegnati a tavolino durante la dominazione italiana), in secondo luogo quella regionale (divisa in Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) e tribale (la Libia conta oltre 140 diverse tribù).
Per prima cosa bisognerebbe quindi instaurare un nuovo patto sociale, il patto che Gheddafi ad esempio aveva basato per quarant’anni sul petrolio, senza il quale in Libia continuerà a regnare il caos. Questo può avvenire solo attraverso un processo di riconciliazione nazionale tra i vari cittadini libici.

Quale ritenete sia la strategia di politica estera dell’Italia per quanto riguarda la Libia? Se dipendesse da voi, quali passi dovrebbe compiere fin da subito il Governo italiano (o almeno iniziare, se sono a lungo termine) nel concreto?

  • Alberto Negri
  • Mattia Toaldo
  • Arturo Varvelli
Il primo passo è quello di proseguire sulla strada diplomatica, perché quella abbiamo imboccato e perché quella militare ci è stata preclusa dalla comunità internazionale. Non ci sono delle opzioni diverse da quella diplomatica oggi sul tavolo in Libia e ciò è confermato dall’atteggiamento delle Nazioni Unite, della NATO e dei principali partner europei come la Francia. L’azione diplomatica dovrebbe essere accompagnata da misure di sicurezza aggiuntive per il monitoraggio delle coste.
Non si può parlare di un’unica strategia, ma ve ne sono almeno due. La prima è quella portata avanti dal Ministero degli Esteri e – fin quando era operativa – dall’ambasciata italiana a Tripoli: l’equidistanza rispetto alle parti in causa. Questa si è esplicitata nell’appoggio concreto alle azioni dell’ONU, e più in particolare negli sforzi di facilitazione degli incontri promossi dall’inviato Bernardino León. La seconda strategia è quella tenuta dal Presidente del Consiglio e appoggiata dal Ministero della Difesa, cioè la manifestazione di vicinanza al Governo di Tobruk: come confermato dalle dichiarazioni rilasciate da Renzi durante il viaggio in Italia del Segretario della NATO Stoltenberg, qualsiasi azione futura finalizzata alla risoluzione della crisi risulterebbe imprescindibile dall’appoggio al Governo internazionalmente riconosciuto. La strategia del presidente Renzi è quella prevalente al momento, ma a mio parere non sarà risolutiva, e, anzi, condurrà a una escalation del conflitto. Sarebbe invece auspicabile sposare la linea dell’equidistanza, fornendo sostegno vero e proprio solo a un eventuale Governo di unità nazionale.
Il Governo italiano tramite l’ambasciatore d’Italia in Libia, Giuseppe Buccino Grimaldi, sino a ora ha ben agito facilitando la mediazione tra le parti in gioco. Bisogna proseguire fino in fondo su questa strada intrapresa senza cadere nella tentazione di prendere scorciatoie. Le opzioni più rapide che restano sul tavolo, da una parte l’intervento militare anche sotto l’egida delle Nazioni Unite, dall’altro l’appoggio a una delle fazioni in lotta (come il supporto alla fazione militare che fa capo al generale Khalifa Haftar e al Governo di Tobruk in chiave antiterrorismo) non farebbero che rendere ancor più lunga e tortuosa la strada che conduce a una risoluzione della guerra civile in Libia. L’Italia dovrebbe inoltre assumere un ruolo di coordinamento, ponendosi come facilitatore per la presa di una posizione comune all’interno della comunità internazionale.

L’Egitto è intervenuto direttamente, l’Algeria ha approvato l’operato di al-Sisi che ha proposto una coalizione araba per combattere l’ISIS: segno di un risveglio regionale o è sempre un problema, anche in Libia, di ridefinizione delle sfere di influenza (ad esempio tra Qatar e Turchia da un lato e Arabia Saudita ed Emirati Arabi dall’altro)?

  • Alberto Negri
  • Mattia Toaldo
  • Arturo Varvelli
Oggi c’è un solo intervento militare internazionale reale in Libia, che è quello dell’Egitto, appoggiato dalla Francia, dalla Russia, dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. Questi sono i Paesi che sostengono l’Egitto in Cirenaica. Questo intervento militare ho impressione che rimarrà l’unico. Certamente, sarebbe necessario un coinvolgimento regionale. Si era parlato di costituire una coalizione araba, ma io non ne ho mai vista una in campo di queste coalizioni arabe in trentacinque anni di esperienza. Purtroppo sarebbe necessario invece avere il coinvolgimento di Paesi come l’Algeria, come la Tunisia che, tra l’altro, temono assai le infiltrazioni jihadiste provenienti dalla Libia. Questo ho l’impressione che sia uno dei reali problemi, cioè il fatto che si guardi a quello che accade nel vulcano, ossia in Libia, e non a quello che accade intorno al vulcano, cioè fuori dalla Libia. Quello che dovrebbe accadere in un mondo ideale sarebbe che gli Stati della regione fossero coinvolti in operazioni di sicurezza sui loro confini, così da poter in qualche modo delimitare e mettere in sicurezza per quanto possibile le frontiere di un Paese che si sono disgregate dopo la caduta del regime di Gheddafi. Per essere più specifici: l’Italia fa parte di due Organizzazioni sovranazionali, una è l’Unione europea e l’altra è la NATO, che hanno dichiarato apertamente che non sono interessate ad alcun intervento in Libia. Perciò l’Italia è sola, nonostante faccia parte di queste due Organizzazioni, di fronte al problema libico. L’unica cosa che hanno tirato fuori è questa missione navale Triton, che non mi sembra un granché efficace.
In realtà l’Algeria, come si è visto durante l’ultimo vertice della Lega araba, non è d’accordo con l’idea di intervenire militarmente – e dunque nemmeno con l’Egitto. Sulla possibilità di formare una coalizione araba per contrastare l’ISIS, invece, sono concordi Egitto, Emirati Arabi e Giordania. Al momento è però presto per poter comprendere che tipo di azione si vorrà intraprendere: non è infatti possibile stabilire se prevarrà la linea del solo sostegno esterno, o se si deciderà di intervenire direttamente per sedare la crisi.
È più un problema di ridefinizione delle sfere di influenza. Le posizioni degli attori regionali rimangono ben distinte e la guerra in Libia è e continuerà a essere una guerra combattuta per procura. Nonostante vi sia una collaborazione nella lotta antiterrorismo, non penso che l’Algeria sia disposta ad accettare l’Ingerenza dell’Egitto in Libia. Per tale ragione fino a oggi Algeri si è mostrata più attiva sul fronte della mediazione e della moderazione. Questo atteggiamento si contrappone nettamente alle forti spinte di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi per l’appoggio da parte della comunità internazionale del generale Haftar.

Come immaginate la Libia tra cinque anni?

  • Alberto Negri
  • Mattia Toaldo
  • Arturo Varvelli
Innanzi tutto non viene fatto alcunché dal punto di vista multilaterale, poiché, come ricordavo in precedenza, un intervento in Libia c’è ed è quello dell’Egitto a sostegno del Governo di Tobruk e dell’esercito di Haftar. Tra cinque anni? Mi si chiede una previsione da sfera di cristallo, però sapevamo già che dopo la fine di Gheddafi il Paese si sarebbe spaccato perlomeno in due. Quello che inciderà adesso saranno almeno tre fattori nei prossimi due anni. Il fatto che le due fazioni principali, Tripoli e Tobruk, continuino a perseguire la via militare e non quella diplomatica per vincere il conflitto, il ruolo che avrà il Califfato nell’inserirsi tra i dissidi delle varie fazioni e tribù e poi il terzo fattore, che è quello economico: stando alle cifre, la Libia ha un bilancio intorno ai 45 miliardi di dollari, le riserve sono di circa 180 miliardi di dollari, le esportazioni petrolifere non raggiungono ormai i 200mila barili, quindi è presumibile che questo Paese abbia riserve per sopravvivere per un anno e mezzo o due. Dopodiché, se non ci saranno un ritorno delle esportazioni e fattori interni ed esterni positivi, è probabile che la Libia scivoli in un’anarchia ancora peggiore, aggravata da una crisi economica senza precedenti
Se la crisi non sarà risolta nel giro delle prossime settimane ci si imbatterà in un conflitto particolarmente sanguinoso, che avrà delle ricadute anche sul nostro Paese. Se, invece, si dovesse riuscire a trovare in tempi brevi una soluzione all’attuale situazione, la Libia potrebbe addirittura trasformarsi in un’utile risorsa.
Sarà un Paese fantastico. Ho già comprato casa a Sirte, una tranquilla località turistica! Purtroppo, a prescindere dal fatto che venga portata avanti o meno una qualsiasi iniziativa di successo per la risoluzione della crisi, il Paese è destinato a passare attraverso una lunga fase di instabilità che durerà ben più di cinque anni.

Ritenete che per i jihadisti e le altre milizie radicali già presenti in Libia mettersi sotto il capello dell’IS possa essere strategicamente vantaggioso come è stato per gli iracheni scontenti di un Iraq sciita? Credete che in Libia possa portare gli stessi risultati?

  • Mattia Toaldo
  • Arturo Varvelli
Sì, credo possa essere vantaggioso. Innanzitutto bisogna considerare che l’arrivo di ISIS in Libia è stato fortemente indotto dall’esterno (addirittura dallo stesso al-Baghdadi). Una prima componente, infatti, è formata da ex combattenti rientrati dalla Siria. La presenza nel Paese, inoltre, ha sortito una specie di effetto calamita per i gruppi in crisi e per i soggetti, precedentemente appartenenti ad altri gruppi, che hanno scelto di affiliarsi all’organizzazione facente capo al Califfo. Le conseguenze potrebbero rivelarsi particolarmente problematiche in caso di intervento diretto in Libia in chiave anti-ISIS: se si creasse una situazione di caos, infatti, si avrebbero delle condizioni ancora più favorevoli alla sua espansione nel Paese. In assenza di altri grandi gruppi organizzati, inoltre, il potenziale attrattivo di ISIS si farebbe ancora più forte: di fronte a una formazione non solo più grande, ma anche che presenta un progetto di azione ben definito, i piccoli gruppi presenti nel Paese tenderebbero ad accorparsi a questo.
Purtroppo ciò sta già avvenendo. Alcuni clan come la tribù Qhadafia, cui apparteneva Muammar Gheddafi, stanno già favorendo l’emergere dell’ISIS in Libia come risposta all’insoddisfazione per l’esclusione da una sistemazione politica futura. Anche in questo caso l’appoggio internazionale di una fazione sull’altra potrebbe aggravarne il rischio: partendo dalla stessa premessa di non inclusività politica di tutte le fazioni in gioco, si ricadrebbe nuovamente nella trappola del settarismo che ha già condotto all’ascesa dell’ISIS in Siria e Iraq.

Allarghiamo lo sguardo: Siria, Libia e Sinai-Egitto fanno parte dello spazio geopolitico prossimo dell’Unione europea. Perché è così difficile mettere d’accordo i Paesi membri su un piano davvero incisivo che avrebbe effetti benefici su tutti (inclusi i Paesi del Nord, nei quali attraccano navi cinesi, indiane, sudcoreane e giapponesi quasi vitali ormai per Germania e Olanda, ma che devono poter passare Bab el-Mandeb e Suez)? Su cosa non si concorda?

  • Alberto Negri
  • Mattia Toaldo
  • Arturo Varvelli
L’Unione europea è fatta da ventotto Paesi che non si mettono d’accordo su quasi nulla. L’allargamento dell’Unione europea è stato un vero e proprio disastro. Per quanto riguarda i Paesi del Mediterraneo, come l’Italia, ancora di più, perché si sono trovati di fronte a una maggioranza costituita dai Paesi del Nord, i quali non sono affatto interessati a una politica mediterranea. Il caso della Germania è emblematico. Ricordiamoci che la Germania si rifiutò di intervenire in Libia nel 2011. Quando si ha il Paese principale dell’Unione europea, quello che conta, che non ha nessun interesse a essere coinvolto nel Mediterraneo, si capisce bene che restano soltanto la Francia e la Gran Bretagna, le quali sono potenze che perseguono i loro interessi e, certamente, non quelli dell’Italia. L’Unione europea sconta il vizio di origine, che dopo decenni non si è data né una politica estera, né una difesa comune. L’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea, in particolare, non ha nessun ruolo in alcuna delle crisi attuali, Ucraina compresa ovviamente.
Una primo elemento di difficoltà risiede nella complessità del quadro regionale che caratterizza questo spazio geopolitico, almeno al momento attuale. Stiamo infatti assistendo a una guerra che riguarda l’intero mondo sunnita, e che il nuovo Re saudita sta cercando di risolvere – in chiave anti-iraniana – attraverso un aumento della cooperazione tra i Paesi coinvolti. A questo bisogna aggiungere che non tutti i Paesi membri hanno gli stessi interessi: da questo deriva che le politiche da questi portate avanti siano spesso contrastanti e che ciò renda particolarmente difficile il raggiungimento di un accordo. Un chiaro esempio è dato dall’operazione Triton: proprio per la diversità di interessi, questa ha attualmente una configurazione molto lontana rispetto a quella che avrebbe dovuto avere, non solo in termini di numero di Paesi partecipanti, ma anche di mezzi impiegati – di gran lunga inferiori al necessario – e al raggio di azione.
È difficile trovare un tavolo per 28 persone al ristorante, figuriamoci una politica comune per un’area così rilevante come quella mediorientale. In generale, in Europa non esiste una progettualità politica, si lavora sulle crisi, con la tendenza a dare risposte militari, terreno su cui l’Unione europea certamente non è campione. Il problema dipende in larga misura da una diversa percezione dei rischi, che porta alla difficoltà di trovare una sinergia tra le politiche europee. È questo ad esempio il caso del fenomeno dell’immigrazione verso l’Europa, che non riguarda solo i Paesi più meridionali come l’Italia, che a oggi rappresenta per i migranti solo una terra di transito, ma anche e soprattutto Paesi come la Svezia e la Germania, che accolgono la maggior parte dei rifugiati.
Una sintesi degli schieramenti: in verde il Governo di Tripoli a maggioranza islamista, in rosso il Governo di Tobruk riconosciuto a livello internazionale, in nero le milizie jihadiste
Una sintesi degli schieramenti in Libia: in verde il Governo di Tripoli a maggioranza islamista, in rosso il Governo di Tobruk riconosciuto a livello internazionale, in nero le milizie jihadiste

Una domanda addizionale: nei mesi scorsi, nonostante gli avvertimenti di molti studiosi, di Libia nei media tradizionali non parlava nessuno. Poi ne hanno parlato tutti improvvisamente, ma con un cortocircuito mediatico che ha fatto emergere (salvo rare eccezioni) solo posizioni esagerate. Dato che, come dimostrato, in Italia non mancano certo le competenze, come credete sia possibile trasmettere (all’opinione pubblica e ai media stessi) la necessità di una cultura degli esteri?

  • Alberto Negri
  • Mattia Toaldo
  • Arturo Varvelli
Trovo la domanda molto opportuna. Il problema di fondo non è la questione “intervenire o non intervenire”, ma avere i dati di fondo della situazione in modo da poterla analizzare, giudicare e avere delle opinioni; formare un’opinione pubblica. Ebbene, il problema è che il nostro Paese è in una fase di pesante arretramento culturale che si riflette, a livello politico, in un disinteresse piuttosto ostinato nei confronti della politica estera. Nel caso della Libia abbiamo avuto una prova direi clamorosa proprio nel 2010-2011. Nel 2010 ricevevamo Gheddafi, firmavamo un trattato di cooperazione e di sicurezza e pochi mesi dopo la rivolta di Bengasi e, soprattutto, l’intervento internazionale della Francia e della Gran Bretagna ci hanno colti completamente di sorpresa. Il Paese già allora non sapeva cosa fare e il presidente del Consiglio Berlusconi si rimise per ogni decisione al capo dello Stato. Questo aiuta a immaginare che cosa sia il disorientamento del Paese nei confronti della Libia e, in generale, della politica estera. Ciò è proprio determinato da un arretramento culturale, che dura da decenni, per cui gli spazi agli esteri sono limitati, le risorse per gli esteri, per le ricerche o per i viaggi degli inviati sono perennemente tagliate e sottoposte a spending review per poi sorprendersi se ci sono eventi, o catene di eventi, che mettono il Paese con le spalle al muro o all’angolo. Tutto questo avviene in una situazione paradossale, in un Paese che non solo si trova al centro del Mediterraneo, ma che addirittura vorrebbe avere una proiezione internazionale globalizzata. Come si fa ad avere tale proiezione se non si investe nella politica estera, negli studi sugli esteri, nelle ricerche e via discorrendo? La risposta è, ovviamente, assolutamente negativa. Ciò infatti si riflette poi negli atteggiamenti dei Governi che oggi girano “con il cappello in mano”, come si suole dire, perché non sanno più da che parte rivolgersi, perché si sono accorti, in maniera clamorosa, che il mondo attorno cambiava e cambiavano non solo le alleanze, ma che quelle istanze internazionali messe sulla carta non valevano più, appunto, che carta straccia. A livello mediatico vengono intervistati cosiddetti esperti che molte volte non sanno di cosa stanno parlando e ciò rende distratto e disinformato un Paese nel quale le Autorità spesso ripetono dei “mantra” non aderenti alla realtà. La politica estera è impietosa. In politica interna gli errori o le leggerezze possono essere facilmente coperti o corretti. In politica estera i nodi prima o poi vengono al pettine e sono i Paesi seri a prendere le decisioni. Dopo un secolo dalla nostra prima avventura nel Paese, la Libia ci pone di fronte ai nostri problemi in quanto Nazione. Chi siamo noi? Quali sono il nostro ruolo e i nostri interessi? Non abbiamo una politica estera perché non abbiamo uno Stato che esprima una politica estera.
Un primo problema è dato dalla scarsa cultura degli esteri che i media hanno di per sé, e che è tipica della Seconda repubblica. Fin quando si è stati in piena Guerra Fredda, infatti, l’interesse per gli esteri era molto forte – e di conseguenza l’informazione in materia era abbastanza ampia. Con il passare degli anni, però, questa tendenza si è sempre più affievolita. Un’altra questione che evidenzierei è la gerontocrazia tipica dell’Italia, che limita il coinvolgimento di tutti quei giovani esperti che spesso, tra l’altro, hanno avuto maggiori possibilità di formarsi sul campo rispetto a quanto non avvenisse in passato.
Credo sia molto difficile e il conflitto in Libia del 2011 ce l’ha insegnato. Talvolta il cortocircuito mediatico è volutamente creato e incentivato per deviare l’attenzione da partner distratti o per creare consenso verso alcune decisioni politiche. Il risultato illogico e a tratti eccessivo costringe i policy maker a rispondere ai timori dell’opinione pubblica in maniera ben poco razionale. È questo il caso delle dichiarazioni rilasciate dai nostri ministri riguardanti l’ipotesi di un intervento armato in Libia.

Martina Dominici (intervista ad Arturo Varvelli)
Giulia Tilenni (intervista a Mattia Toaldo)
Emiliano Battisti (intervista ad Alberto Negri)

Un chicco in più

Alberto Negri è nato a Milano nel 1956. Il suo primo viaggio in Iran e in Medioriente risale al 1980. È stato ricercatore all’Istituto di studi di politica internazionale e nel 1981 ha iniziato la carriera giornalistica. Autore del libro Il Turbante e la Corona – Iran, trent’anni dopo (Ed. Tropea), è inviato del Sole 24 Ore, per cui ha seguito negli ultimi vent’anni i principali eventi politici e bellici in Medioriente, Africa, Balcani, Asia centrale.

Mattia Toaldo ha completato il Dottorato di ricerca in Storia delle Relazioni internazionali nel 2008. Successivamente è stato ricercatore post-doc presso la British School di Roma e la Society for Libyan Studies di Londra. È Policy Fellow del programma Medio Oriente e Nord Africa dello European Council on Foreign Relations dal 2013. Nel 2012 ha pubblicato con Routledge The origins of the US War on Terror.

Arturo Varvelli è ricercatore dell’ISPI dal 2008. Si occupa di Mediterraneo, di Libia e di politica estera dell’Italia. Nel 2006 ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia Internazionale all’università degli Studi di Milano per la quale è stato anche assistente universitario. Tiene lezioni e partecipa a convegni nazionali e internazionali. Vanta numerose pubblicazioni tra le quali tre saggi sulla Libia: L’Italia e l’ascesa di Gheddafi (BCDalai, 2009), Libia: fine o rinascita di una nazione? (Donzelli, 2012, con Karim Mezran) e Dopo Gheddafi (Fazi ed., con Gerardo Pelosi), avendo seguito, come si intuisce dai titoli, tutta l’epopea del leader libico, ma, soprattutto, sopravvivendo alla scomparsa del suo oggetto di studio preferito.

Alberto Negri e Arturo Varvelli sono anche membri del Comitato Scientifico del Caffè Geopolitico.

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