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Tensioni nel Golan: cambiano le strategie

L’attacco del 18 gennaio, che ha visto perdere la vita sei membri di Hezbollah e un generale iraniano durante un raid israeliano sul territorio del Golan, ha portato, oltre che all’innalzamento del livello delle tensioni, a significativi cambiamenti delle prospettive strategiche nella zona al confine tra Libano e Siria. Analizzeremo le principali variabili iniziando a ricordare proprio lo svolgersi dei fatti. In 3 sorsi.

1. I FATTI — Sei membri di Hezbollah e un comandante iraniano sono stati uccisi domenica 18 gennaio da un raid dell’esercito israeliano sull’altopiano del Golan, una zona occupata da Israele dal 1967 (per approfondimenti vd. il Chicco in più) e nella quale l’esercito siriano affronta i gruppi terroristici. Nel raid hanno perso la vita due elementi di spicco del Partito di Dio: sono stati infatti uccisi sia Mohamed Issa, sia Jihad, figlio di Imad Moughniyeh.
Proprio Imad Moughniyeh ha rivestito, fino al 2008, quando è stato ucciso a Damasco in un attentato attribuito da Hezbollah a Israele, il ruolo di comandante all’interno del gruppo libanese. L’attacco del 18 gennaio avrebbe visto il lancio di due missili in direzione dei territori occupati di Al-Amal Al Quneitra, non lontano dalla linea di separazione tra la parte siriana del Golan e la parte occupata da Israele. Come prevedibile la risposta da parte di Hezbollah non ha tardato ad arrivare: nei territori occupati di Shebaa miliziani del Partito di Dio hanno colpito e ucciso due soldati di un convoglio israeliano, ferendone altri quattro. Questo secondo avvenimento non ha fatto altro che contribuire a innalzare il livello delle tensioni nell’area. Sempre il 28 gennaio un casco blu spagnolo (impegnato nella missione UNIDOF) ha perso la vita in seguito a un attacco armato israeliano. L’ONU ha avviato un’indagine per chiarire l’accaduto.

2. APPOGGIO A HEZBOLLAH — Analizzati i fatti, è necessario sottolineare quello che sembra emergere come l’elemento chiave dal punto di vista strategico. Varie sono state le manifestazioni di solidarietà al Partito di Dio nel mondo arabo. Per quanto riguarda l’Iran bisogna sottolineare la visita al capo di Hezbollah Nasrallah e ad alcuni ufficiali dello stesso movimento libanese da parte di Quasem Suleimani, comandante delle forze Al-Quds dei corpi di guardia rivoluzionari.

Sebbene Suleimani abbia già in passato fatto visita a Nasrallah, questo è stato in assoluto il primo incontro avvenuto tra i due in Libano a essere reso pubblico. La visita, soprattutto simbolica (Suleimani ha reso omaggio ai caduti nell’attacco a Quneitra), è arrivato in un momento di importanza capitale, ovvero alla vigilia della risposta del leader di Hezbollah, che ha ribadito di non voler più riconoscere le regole di combattimento con Israele, rigettando il tacito accordo che per anni ha regolato, in tema di scontro, le relazioni tra Tel Aviv e Partito di Dio.
All’appoggio iraniano, tuttavia, si unirà anche la collaborazione dalla Siria.
In una recente intervista a Foreign Affairs il Presidente siriano ha sottolineato che quello di Quneitra è il primo incidente sul Golan dal 1974. Un’affermazione che non solo suona come critica a Israele, ma che può essere letta anche come la sottolineatura del cambiamento di controllo strategico sulle frontiere.
In risposta agli attacchi israeliani il Partito di Dio ha dimostrato fermamente, nell’azione presso Shebaa (area a lungo occupata da Israele, ma rivendicata dal Libano) la volontà di rigettare le regole dello scontro e di essere pronto a rispondere a Tel Aviv in qualsiasi momento e con qualsiasi mezzo. Nel discorso tenuto contestualmente all’avvenimento di Shebaa, Nasrallah ha aggiunto che «gli israeliani hanno scoperto che i loro governanti li hanno portati nel baratro della guerra, mettendo a repentaglio la loro sicurezza e la loro economia», ribadendo che «Israele, dopo l’attacco a Quneitra, non deve mettere alla prova Hezbollah, che è pronto ad attaccare».

3. LA POSIZIONE DI ISRAELE — Considerate le posizioni di Hezbollah, Iran e Siria, è necessario soffermarsi sulla situazione delicata di Israele, una condizione problematica con la quale Tel Aviv si avvicina all’appuntamento delle elezioni del 17 marzo. Visto quanto accaduto lungo le alture del Golan è possibile affermare come si sia aperto per Israele un ennesimo punto di confronto militare che allarma i vertici governativi, soprattutto perché accompagnato da una situazione politica inquietante per Tel Aviv. La posizione strategica israeliana sembra deteriorarsi sempre più, dato il fronte formatosi lungo il confine nord (dal Mediterraneo attraverso la blue line, fino al confine del Golan con Libano e Siria).

golan map

Quella creatasi è quindi una situazione di alta instabilità e di difficile gestione. Non solo lungo i confini: nella regione mediorientale l’altra problematica chiave per Tel Aviv è l’approssimarsi di un accordo tra Iran e compagine 5+1 sul nucleare, destinato a favorire una graduale riabilitazione di Teheran.
Di fronte a una sempre maggiore centralità dell’Iran, la tentazione di Netanyahu, comprovata da notizie di intelligence, è optare per ciò che considera il male minore: al-Nusra. Una forza combattente jihadista legata ad al-Qaida la cui presenza ai confini tra Siria, Israele e Libano, secondo un report del Segretario generale dell’Onu, sarebbe chiara fin dal settembre dello scorso anno.
Le tensioni registrate tra il 18 e il 28 gennaio hanno messo in luce come le problematiche dell’area continuino a essere numerose. Da sottolineare sono tuttavia, in una situazione che si presenta difficile da gestire, i tentativi di evitare l’escalation. La scelta di utilizzare il contingente UNIFIL come intermediario per comunicare la reciproca volontà di non aumentare le tensioni ne è chiara testimonianza. Per ciò che riguarda Tel Aviv, nei prossimi mesi non si troverà solo a dover gestire la delicata situazione politica in vista delle elezioni, ma anche le dinamiche che la coinvolgono a livello della regione mediorientale.

Camilla Filighera

Un chicco in più

Il Golan è una zona al confine tra Libano, Siria e Israele. Per capire quanto sta succedendo occorre ricordare i fatti che hanno contraddistinto l’area negli anni passati. Ufficialmente sempre in guerra con la Siria, Israele ha occupato dal 1967 circa 1.200 chilometri quadrati dell’altopiano del Golan, zona che ha annesso senza che la decisione fosse riconosciuta dalla comunità internazionale. Con la guerra del 1973 si è avuto il ritiro di Israele da una parte del Golan (nei pressi di Quneitra), dove è stata attivata la missione UNDOF. Il rapimento dei caschi blu filippini (rilasciati con la mediazione qatariota) ha segnato, nel settembre 2014, la cacciata della missione UNDOF e la presa di controllo da parte dei gruppi terroristici legati ad al-Nusra.

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