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Re Abdullah

Arabia Saudita, l’eredità politica di Re Abdullah

Con la morte di re Abdullah (avvenuta il 23 gennaio) si sono aperte per l’Arabia Saudita questioni chiave sia in politica interna sia nelle dinamiche della regione mediorientale. Analizziamo gli scenari, a partire dalle intricate relazioni nella famiglia dei Saud.

1. I PROBLEMI DELLA SUCCESSIONE – Il principale problema per ciò che riguarda le dinamiche interne è rappresentato dalla successione. A meno di un giorno dalla morte di Abdullah, il mondo ha assistito alla presa di potere del nuovo sovrano saudita, Salman, 79enne fratellastro del defunto Re. Nonostante l’ascesa di Salman sia stata apparentemente lineare, ora che si avvicina la transizione alla terza generazione di principi cresce il potenziale di conflitto all’interno della Monarchia e in particolare tra i nipoti proprio di Adulaziz bin Saud (capostipite della dinastia regnante saudita e padre di Adullah e Salman), tutti sullo stesso piano relativamente alla successione.
All’indomani dell’inizio del suo regno, Salman ha promulgato un editto reale con il quale ha confermato principe ereditario Muqrin, più giovane figlio vivente di Abdullaziz, e nominato principe ereditario Mohamed bin Nayef, attuale ministro degli Interni. Una mossa volta ad assicurare una pacifica transizione proprio per la terza generazione di principi. L’idea di unitarietà è sempre stata uno degli obiettivi principali della corona saudita, ma essa si è sempre configurata come il tentativo di celare la lotta per il potere tra il ramo della famiglia di re Abdullah, figlio di Adulaziz e di una moglie proveniente dalla tribù Shammar, e il clan Sudayri (composto dai figli di Abdulaziz e di Hassa al Sudayri originari della regione Najad).
Ripetutamente si sono verificati, da parte di esponenti dei due rami della famiglia in lotta, tentativi per estromettere i propri avversari dal potere. Il clan Sudayri ha controllato negli ultimi anni i due ministeri chiave dell’Interno e della Difesa. In contrasto con i Sudayri si è invece dimostrata  l’iniziativa di Abdullah  risalente al 2005 e chiamata Consiglio della Bay’a (bay’a in arabo significa “atto di omaggio al sovrano”), un organismo composto da figli e nipoti di Abdulaziz che avrebbe avuto il compito di nominare l’erede al trono estromettendo di fatto gli esponenti del ramo famigliare avversario (al Consiglio va fatta risalire la nomina dell’attuale principe ereditario Muqrin, ma il  funzionamento dell’organismo risulta ancor oggi molto limitato).
Nessuna delle due figure della linea di successione decisa da Salman appare comunque esente da critiche. Figlio di una donna yemenita mai formalmente sposata, Muqrin è mal visto da molti esponenti della famiglia regnante, perché non considerato un vero principe. Appartenente al ramo Sudayri, Mohamed bin Nayef appare invece un personaggio controverso perché ha da sempre dimostrato, nei ranghi dell’intelligence saudita, il proprio sostegno alla linea dura tanto contro il terrorismo quanto verso gli attivisti pacifici. Se la conferma di Muqrin sembra voler mostrare la coesione della famiglia regnante, la scelta di Mohamed bin Nayef lascia presagire la volontà del ramo Sudayri di rientrare prepotentemente nella lotta per il potere, inasprendo sempre di più le posizioni della monarchia saudita.

Il nuovo sovrano saudita, Salman

2. SICUREZZA DEI CONFINI – Quella che senza dubbio si presenterà come principale problematica dal punto di vista delle dinamiche dell’area mediorientale è invece la messa in sicurezza dei confini sauditi. Dopo l’autoproclamazione del Califfato islamico da Raqqa (Siria settentrionale) a Diyala (Iraq orientale) nell’estate scorsa, i sauditi hanno dispiegato più di 30mila uomini delle forze di sicurezza lungo i propri confini. Critica è soprattutto la situazione dalla regione irachena dell’Anbar, nella quale sia nel luglio del 2014 sia nei giorni scorsi si sono verificati attentati. La fragilità del confine con l’Iraq era già stata percepita da Riyadh all’indomani della caduta di Saddam Hussein, quando erano stati costruiti ben tre segmenti di muro, alti sette metri. Gli attentati che nelle scorse settimane sono costati la vita a tre guardie frontaliere saudite non hanno fatto altro che aumentare la criticità dell’area. Pensiamo all’Anbar, altra zona di forti tensioni, al confine con lo Yemen, dove da anni Riyadh sta costruendo una barriera di sicurezza, preoccupata dagli ingenti flussi migratori (specie attraverso il passaggio occidentale di Haradh), oltre che da traffici illeciti e terrorismo. Una barriera i cui lavori di edificazione sono spesso stati interrotti a causa delle proteste delle molte tribù beduine dedite alla pastorizia, abituate a muoversi liberamente fra i due Paesi. Alla luce degli eventi del 18 dicembre 2014 in Yemen, con l’occupazione del palazzo del Governo e il collasso delle Istituzioni politiche e sociali, minaccioso per Riyadh è tornato a essere il movimento zaidita degli Houthi. Pericolosa agli occhi dell’Arabia Saudita è la capacità del movimento di saper giocare non solo sul terreno militare, ma anche sul tavolo politico, facendo propri gli slogan anti-sistema e anti-corruzione che animarono, nel 2011, la rivolta contro l’ex presidente yemenita Saleh (la rivolta vide proprio gli Houthi scontrarsi con i tentativi emiratini e sauditi di gestire il crescere delle tensioni).

3. INCOGNITE REGIONALI: IL CONSIGLIO DI COOPERAZIONE DEL GOLFO – Per capire le dinamiche future nella compagine regionale è necessario fare accenno brevemente alla linea politica tenuta dal defunto re Abdullah. Tra le ultime azioni politiche del sovrano ricordiamo il tentativo di sedare la competizione distruttiva tra Arabia Saudita e Qatar in Siria, ma soprattutto in Egitto. Il nuovo Re dovrà quindi preoccuparsi dell’applicazione dell’accordo di Riyadh (del 2014), che ha permesso all’ambasciatore saudita, emiratino e del Bahrein di fare ritorno in Qatar dopo il ritiro clamoroso nel marzo 2014. Dopo anni di politica estera segnata da un overstrech regionale, sembra che Doha si stia riavvicinando ai dettami sauditi pur di non andare incontro a un isolamento nel Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG, vedi Chicco in più), sebbene appaia comunque difficile un discostamento totale dalla linea politica tenuta in passato. Sempre per ciò che riguarda le dinamiche interne al CCG si ricorda nel dicembre dello scorso anno l’istituzione di una polizia unificata e di una joint venture militare, decisioni entrambe parte del processo di integrazione interno alla CCG. Le complicate dinamiche di unificazione a livello di comandi militari e anti-missilistici in ambito della CCG proseguiranno in parallelo alla creazione di un’alleanza anti terrorismo fra alcuni membri della stessa (Riyadh, Abu Dhabi e Manama) con Giordania, Marocco, Monarchie arabe ed Egitto. Ultimo, ma non meno importante problema che si profila all’orizzonte per Riyadh è rappresentato dalle relazioni con Teheran. L’avvicinarsi dell’accordo sul nucleare iraniano potrebbe rappresentare la dinamica chiave per spingere l’Arabia Saudita a rivedere la propria relazione con l’Iran per non compromettere l’asse vitale con gli Stati Uniti. Rivalità, quella tra Iran e Arabia Saudita, che si fa risalire a dopo la caduta dello Scià, strenuo sostenitore della politica statunitense (da ricordare l’appoggio saudita a Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq). In una fase delicata per l’area mediorientale come quella attuale, sembra ancora prevalere per Riyadh il senso di accerchiamento, anziché la volontà di ridurre l’instabilità dell’area, anche con la collaborazione iraniana.
Attraverso l’osservazione delle dinamiche sviluppatesi durante il 2014 e più in generale sotto la guida di re Abdullah, sono molteplici le sfide, tanto in politica interna quanto a livello regionale, che il nuovo sovrano saudita si troverà a dover gestire. La notizia dei quaranta ordini reali emanati da re Salman non fa che sottolineare l’inasprimento delle posizioni del nuovo sovrano. Oltre alla rimozione di due dei figli di re Abdullah dal Governo di due regioni chiave, è stato sostituito anche Bandar bin Sultan, perno della sicurezza saudita, legato al terrorismo in Siria e in stretti rapporti con gli Stati Uniti.

Camilla Filighera

Un chicco in più

Il Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo è un’Organizzazione internazionale con sede a Riyadh, istituita nel maggio 1981 tra 6 Stati arabi che si affacciano sul Golfo Persico (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar), allo scopo di promuovere una più intensa cooperazione e integrazione regionale in materia economica, sociale e culturale, e con l’obiettivo di realizzare un mercato e un’unità monetaria comuni. Dal 1983 sono stati aboliti i dazi doganali per il commercio tra gli Stati membri e dal 1986 è stata avviata la progressiva unificazione delle tariffe esterne. La cooperazione in materia di sicurezza regionale, non espressamente prevista dalla Carta istitutiva, è stata inclusa tra le competenze dell’Organizzazione con successive dichiarazioni del Consiglio supremo (vertice dei capi di Stato), che hanno istituito una forza militare congiunta di difesa (1987) e un comitato incaricato di discutere le questioni militari di interesse comune (1994). Massimo organo direttivo è il Consiglio supremo, formato dai capi di Stato dei Paesi membri.

 

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