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Terrorismo: quale reazione, adesso?

L’ultimo contributo del nostro speciale sul terrorismo di matrice islamica cerca di suggerire come l’Europa potrebbe reagire. Si può discutere sulle modalità e le strategie, ma servono innanzitutto pianificazione e coordinazione

L’analisi di ciò che è avvenuto a Parigi, delle possibili conseguenze e delle minacce ulteriori di cui quest’azione può rappresentare un campanello d’allarme può essere fatta semplicemente in termini di “cosa è andato storto” oppure può rappresentare l’opportunità per una riflessione più profonda su come modificare l’intera prospettiva strategica europea sul come affrontare tali temi. In altre parole lo shock di quanto è successo a Parigi e il rischio di ulteriori eventi simili potrebbero essere la leva per, finalmente, giungere a una vera e propria strategia europea di contrasto al fenomeno del terrorismo – quello islamico in primis, ma non solo. Si tratta cioè di spostare il dibattito politico nazionale ed europeo dal monolite tematico dell’economia e dei problemi interni alla gestione delle sfide presentate da un mondo che è inestricabilmente legato a ciò che avviene anche fuori dai nostri confini. Mai come oggi infatti è possibile impiegare la spinta (anche emotiva) dei fatti di Parigi per cogliere finalmente quelle opportunità strategiche che, da troppo tempo ignorate, stanno invece diventando sempre più pressanti. Volendo riassumere in 2 concetti chiave, dovremmo parlare di pianificazione e coordinazione. Affrontare le sfide del terrorismo di matrice islamica non significa limitarsi a proteggere gli obiettivi sensibili, ma richiede strategie più complesse che vanno pensate e poste in atto. Allo stesso tempo, nessun Paese europeo può pensare di fare da solo o agire indipendentemente dagli altri, chiuso in quei confini e quei pregiudizi che costituiscono barriere per noi ma sono invece ignorate (o perfino sfruttate a proprio vantaggio) dai terroristi. Più in particolare questi due concetti vanno declinati in una serie di iniziative concrete o, meglio, di opportunità strategiche da cogliere. Eccole di seguito:

Riuscirà Federica Mogherini ad elaborare una risposta coordinata da parte della UE?
Riuscirà Federica Mogherini ad elaborare una risposta coordinata da parte della UE?

Le diverse opportunità strategiche

  • Costruzione ed implementazione di un programma (nazionale, europeo) di resilienza civile. In pratica, dopo Parigi si rende urgente fare in modo che attacchi di questo genere provochino l’impatto più limitato possibile nei nostri sistemi sociali e politici. Se gli attentati non provocano terrore o tensioni sociali perdono gran parte della loro efficacia e in molti casi diventano una strategia inadeguata per gli stessi potenziali perpetratori. Approfittando dei riflettori accesi sugli argomenti legati al terrorismo internazionale – di cui si parla poco e male nel nostro Paese – cogliamo l’opportunità di lavorare alla costruzione di queste capacità in maniera sistematica e costante.
  • Maggiore coordinazione dei servizi di intelligence. In linea teorica questo già avviene, tuttavia ogni servizio di intelligence nazionale di fatto agisca indipendentemente (e a volte con sospetto verso) i servizi dei Paesi alleati. Ipotizzare un servizio di intelligence europeo appare difficile per le resistenze nazionali, tuttavia eventi come quelli recenti rendono più facile spingere per strumenti di coordinazione più stretta, fino al punto di aiuto reciproco per monitorare gli individui sospetti se non si hanno sufficienti risorse. E’ un bel bagno di umiltà per tutti, perché significa dichiarare di non essere in grado di fare da soli, ma Parigi ha dimostrato proprio come la mancanza di coordinamento REALE abbia fatto viaggiare indisturbati i perpetratori e le loro armi, pur sapendo i loro precedenti e legami con elementi di spicco del terrorismo islamico. Procedure comuni per lo screening agli aeroporti, porti e dogane è ugualmente necessaria, pur essendo consapevoli che non è possibile fermare tutti.
  • La creazione di un database comune dei foreign fighters e dei loro spostamenti. Anche in questo caso, in parte esiste già ma ogni nazione tende a concentrarsi solo sui propri. Con l’esistenza dello spazio Schengen, tale settorializzazione non ha senso. Ovviamente è legata al punto precedente.
  • Deradicalizzazione. Allocazione di maggiori risorse ai programmi di deradicalizzazione e reinserimento sociale. Questo dovrebbe avere anche il beneficio di portare sollievo alle fasce della popolazione più colpite dagli strascichi della crisi economica. I “banlieux” di Parigi come le periferie – intese in senso sociale più che fisico – in generale devono assottigliarsi sempre di più ed essere riqualificate, perché è nella miseria, mancanza di opportunità di sviluppo personale e dall’esclusione sociale che il terrorismo trova le reclute migliori. E’ una grande opportunità di rilanciare l’Unione Europea come istituzione dedicata ai cittadini in primis.
  • Definizione di una strategia comune sulla sicurezza euro-mediterranea, con particolare focus sulla prevenzione dei safe-haven terroristici (tipo Emirato di Derna in Libia). Un’iniziativa del genere, a cura dell’Alto Rappresentate EU Federica Mogherini è già previsto per maggio-giugno 2015: la chiave di tutto è far sì che non si tratti solo di una definizione di intenti generici, ma coinvolga una più chiara definizione degli ambiti dove l’UE deve considerare prioritario intervenire, sia dal punto di vista economico-culturale, sia da quello di intervento militare nel caso la situazione locale non abbia prospettive di soluzione autonoma a breve termine. In altre parole, laddove un intervento mirato all’estero possa causare l’eliminazione di una minaccia prima che essa varchi i nostri confini, la strategia EU dovrebbe prevedere la possibilità di farlo in maniera chiara (tramite un sistema di “triggers”, ovvero situazioni di allarme che, se avvenute/in procinto di avvenire in Paesi esteri considerati chiave l’UE considera particolarmente pericolose).
  • Ridurre veti agli interventi armati: Per quanto riguarda quest’ultimo punto, l’UE ha già uno strumento di intervento adeguato, anche senza chiamare in causa la NATO: l’istituzione dei Battlegroups europei.
    Tuttavia il problema nel loro uso è l’impossibilità di accordarsi politicamente circa la necessità di intervento. I fatti di Parigi e la definizione di una più concreta strategia comune dovrebbero portare a definire gli ambiti ove l’UE intera consideri prioritario l’intervento (e dunque un iter approvativo più snello e meno sensibile a veti dell’ultimo minuto). In altre parole, vanno definiti presto quegli ambiti ove la sicurezza UE risulta più importante dei differenti fini di politica estera dei singoli Paesi membri, dove tutti i Paesi concordano a priori sulla necessità di intervenire, così da evitare che una posizione divisa fermi ogni azione – come già successo in molti casi (ad esempio in Mali). Anche in questo caso, significa rinunciare a parte della sovranità nazionale sulle proprie truppe – e proprio per questo solo ora esiste la spinta emotiva per far passare una tale misura.

In realtà però tutto questo – e in particolare le misure militari – richiedono un passo preliminare. Lo indichiamo qui in fondo ma in realtà dovrebbe essere all’inizio, perché è da esso che dipende un po’ tutto: il coinvolgimento dell’opinione pubblica nella comprensione delle complesse dinamiche geopolitiche che, dall’estero, influenzano la sicurezza del nostro Paese e dell’Europa intera a tutti i livelli.
Lo sappiamo bene: l’opinione pubblica non approverebbe mai l’impiego di forza senza la comprensione di come le dinamiche estere (in Medio Oriente, in Nord Africa, altrove…) influenzino in realtà anche la vita in casa, sia dal punto di vista del terrorismo, sia dal punto di vista delle minacce, ad esempio, ai rifornimenti energetici. In altre parole l’UE e i singoli Paesi devono sforzarsi di far comprendere tutte quelle dinamiche che oggi sono causa dei rischi di sicurezza del nostro continente, per rendere il dibattito pubblico più maturo e consapevole. L’alternativa è una classe politica immobile, così costretta dalla necessità di appagare un’opinione pubblica che da un lato chiede di fare qualcosa, ma dall’altro non è poi mai disposta a farlo.

Lorenzo Nannetti

Un chicco in più

Questo articolo è parte dello speciale Hot Spot – Europa e Islam contro il terrorismo, uno speciale a 360 gradi in cui 7 autori diversi analizzano vari aspetti a partire dai fatti di Parigi.

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