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L'esterno della sede del Charlie Hebdo transennato dalla polizia | Fonte: The Mirror

Charlie Hebdo: il Jihad in Europa

L’attentato a Parigi contro il settimanale satirico Charlie Hebdo ha riportato all’attenzione la questione dell’home-grown terrorism e dei foreign fighters con le relative conseguenze per la sicurezza in Europa. In 5 domande e 5 risposte. 

1. Cosa è successo?

La giornata di ieri (7 Gennaio) è stata segnata dal più grave attentato avvenuto sul suolo di Francia dal 1961. Almeno due uomini armati di fucili d’assalto di tipo AK-47 sono entrati nella sede del settimanale satirico Charlie Hebdo, a Parigi. I due attentatori hanno aperto il fuoco, uccidendo 11 persone, tra le quali il direttore Stéphanne Charbonnier, diversi giornalisti, vignettisti e un poliziotto. Altri 8 sono stati feriti in modo grave, ma a quanto risulta non sarebbero in pericolo di vita. I due terroristi sono poi usciti in strada dove hanno ingaggiato più di un conflitto a fuoco con pattuglie delle forze dell’ordine. Durante uno di questi episodi è avvenuta l’esecuzione a sangue freddo del poliziotto ferito che più volte è stato mostrato nei servizi televisivi dei media internazionali e che ha portato il numero delle vittime a 12.

2. Chi sono?

Dalle prime indagini iniziate immediatamente dopo i fatti di ieri, i principali indiziati sono due fratelli franco-algerini Said e Cherif Kouachi, nati e cresciuti a Parigi. Entrambi i sospettati hanno precedenti penali e uno di loro è stato arrestato nel 2008 con l’accusa di far parte di un gruppo islamico estremista dedito al reclutamento di persone da inviare in Iraq per contribuire alla guerriglia e alle azioni terroristiche. Nella notte sono state arrestate almeno 7 persone collegate ai due fratelli, tra le quali il presunto autista del commando, Hanyd Mourad.

3. Un nuovo tipo di Jihadismo?

raid-police-franceSulle prime, l’attentato al settimanale Charlie Hebdo era sembrato un’azione tipica dei cosiddetti “lupi solitari” ossia quelle persone, non direttamente collegate al jihadismo internazionale che all’improvviso decidono di compiere un attacco dopo essersi estremizzati grazie alla propaganda jihadista soprattutto proveniente dal web. Al giungere delle prime immagini degli attentatori la prospettiva è cambiata: le loro azioni e il loro equipaggiamento ha messo in luce che dietro i due vi è un certo grado di addestramento. Inoltre, l’azione ha avuto il tempo tipico di un raid organizzato. Questi fattori portano a considerare la situazione nel più ampio quadro del cosiddetto home-grown terrorism. Questo fenomeno vede i jihadisti nascere e crescere nei Paesi occidentali (molti di loro non conoscono neanche la lingua d’origine dei propri genitori o nonni) ed estremizzarsi in un secondo momento abbracciando la causa del terrorismo di matrice islamica. L’effetto di un attentato compiuto da questo tipo di estremisti è duplice: rivela la difficoltà nel tracciare e monitorare questi individui e colpisce l’opinione pubblica del Paese vittima poiché l’azione è compiuta da concittadini.

4. Come vengono reclutati e come si muovono?

I terroristi sparano verso una pattuglia della Polizia |Fonte: BBC
I terroristi sparano verso una pattuglia della Polizia |Fonte: BBC

Sulle nostre pagine ci siamo occupati di un esempio di veicolo del fenomeno dell’homegrown terrorism in Europa: il movimento Sharia4, il quale ha ramificazioni in Gran Bretagna, Francia e Belgio. Le diverse cellule sono coordinate da un organo centrale costituito dai fondatori. L’azione di Sharia4 in Europa è duplice: da un lato contribuisce al proselitismo e alla radicalizzazione, dall’altro funge da ponte, o rampa di lancio, per il jihadismo internazionale. Sharia4 utilizza la classica predicazione per strada, l’organizzazione di manifestazioni, ma anche i social media per il processo di radicalizzazione. L’accesso al terrorismo internazionale avviene tramite le bridging person (persona ponte) che sono quelle in possesso dei necessari agganci e contatti per portare la “recluta” sul terreno di scontro (ad esempio in Iraq, Siria o Libia). Al suo ritorno, l’ex recluta potrebbe divenire essa stessa una bridging person. Questo processo alimenta il fenomeno dei foreign fighters nei teatri di crisi attuali, dove quest’ultimi ricevono un addestramento specifico al combattimento, alla guerriglia e alle tecniche terroristiche. Finito il “turno” di combattimento, questi individui fanno ritorno ai loro Paesi di provenienza, pronti a mettere in atto gli insegnamenti appresi. A prima vista si potrebbe pensare: come riescono questi jihadisti in erba a raggiungere i teatri di crisi e riuscire addirittura a tornare (quasi) indisturbati? Il caso Siria può forse fornire una spiegazione. In teatri come l’Afghanistan tutti i gruppi di “ribelli” erano considerati nemici dalle forze ISAF perciò i Paesi della coalizione avevano maggiori possibilità di bloccare la partenza o il rientro di foreign fighters verso quell’area. Nel teatro siriano, i “ribelli” o insurgents non sono considerati in toto parte avversa dai Paesi occidentali, anzi alcuni gruppi sono considerati alleati. Questo comporta una riduzione dei controlli sui partenti e, conseguentemente, su coloro che ritornano, poiché una volta giunti in territorio siriano è difficile tracciare a quale gruppo andranno ad affiliarsi i foreign fighters. Inoltre, va ricordato che i Governi siriano e iracheno non hanno il controllo delle proprie frontiere, le quali sono da anni estremamente porose. Questi fattori hanno permesso al fronte siriano di essere quello con il maggior numero di foreign fighters nella storia di questo tipo di conflitti.

5. Perché la Francia?

Le forze politiche francesi hanno reagito all’attacco richiamandosi ai principi di unità nazionale e congelando eventuali critiche e polemiche fino al termine dell’emergenza. La Francia può essere considerata un obiettivo privilegiato nel panorama attuale europeo per via del suo interventismo e impegno militare in diversi teatri operativi. Parigi è infatti intervenuta in Mali per frenare l’avanzata delle milizie islamiche separatiste verso la capitale e in Libia contro il regime di Gheddafi. In questo momento è membro  della coalizione internazionale anti-Stato Islamico con i propri cacciabombardieri attivi nel colpire le posizioni jihadiste in Iraq. Dall’altro lato sono note la forte posizione francese di contrasto al regime di Assad in Siria (Parigi era pronta a seguire Washington nella campagna di bombardamenti contro le forze governative che poi non si è attuata) e la politica di aiuti economici e militari a gruppi di ribelli che agiscono in loco. L’attacco è arrivato in un momento in cui nel Paese è in scena un nuovo atto del tema immigrazione e Islam, che da decenni si ripropone ciclicamente nel panorama politico francese. Nell’ambito di questo dibattito si colloca l’uscita del libro “Sottomissione” (traduzione letterale della parola Islam) dello scrittore Michel Houellebecq, che ipotizza uno scenario di una Francia governata dalla Fratellanza Musulmana nel 2020, arrivata al potere in contrasto con il Front National di Marine Le Pen.

Emiliano Battisti

Un chicco in più

Il Caffè Geopolitico approfondirà il tema del Jihad in Europa in uno speciale che uscirà Sabato 10 Gennaio.

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