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Forze dell'ordine cinesi ad Urumqi

Sviluppi del terrorismo di matrice turcofona in Cina

Miscela Strategica – L’inasprirsi della campagna del terrore promossa dai terroristi islamici in Xinjiang e Yunnan, collegata ai fatti afferenti ai vari movimenti turcofoni in tutta l’Area asiatica, ci spinge a delle riflessioni  riguardanti le nuove forme che le rivendicazioni supportate dagli atti terroristici possono assumere. In particolar modo l’analisi dei possibili sviluppi si potrebbe rivelare interessante per comprendere i fattori di instabilità dell’area centrasiatica, del Pakistan e, naturalmente, della Repubblica Popolare Cinese, seconda potenza mondiale da poco avviatasi sul lungo cammino per la democrazia.

L’ETIM E LA SOVRANITA’ CINESE – L’East Turkestan Islamic Movement, attivo particolarmente nella regione autonoma dello Xinjiang e nella provincia dello Yunnan, è un movimento terroristico di forte impronta turcofona. Le istanze del movimento riguardano l’autonomia della regione e la formazione di un vero e proprio Stato a spese dell’integrità territoriale cinese. Nelle dichiarazioni pubbliche riguardanti il problema terroristico il Governo cinese afferma fortemente il diritto alla repressione di quelli che sono definiti i “Tre Mali” che insidiano la governance e la sovranità stessa (viste le mire separatiste) della Repubblica Popolare Cinese (RPC), ovvero l’estremismo, il terrorismo ed il separatismo. La Cina, in tutta la sua storia ed in particolare dal primo ottobre del 1949 (nascita della Repubblica Popolare) ha perseguito in maniera centralizzata gli obiettivi della sovranità e dell’integrità territoriale. E’ interessante notare che, se si eccettua la guerra sino-vietnamita del 1979, un conflitto nel quale la Cina credette poco e che sostenne con scarsa convinzione (l’unica sconfitta netta della Repubblica Popolare, tra l’altro), tutte le guerre della Cina sono state causate da motivi di integrità territoriale.

LA RECRUDESCENZA – L’escalation degli attentati terroristici dal 2012 al 2014 è stata impressionante, in particolare la RPC ha assistito ad una decentralizzazione degli attacchi che ha portato all’autobomba in Piazza Tienanmen dello scorso anno, al massacro della stazione di Kunming (provincia dello Yunnan) nel marzo 2014, ed infine ai sanguinosi attentati del 22 maggio 2014. L’ultimo attacco in particolare, oltre ad aver causato 31 morti, si caratterizza per l’inasprimento della strategia terroristica da parte di ETIM: si è trattato infatti del lancio di alcune bombe a mano da parte di terroristi a viso scoperto sopraggiunti su due auto nel mercato centrale della capitale Urumqi. Al di là della cattura dei presunti colpevoli e della successiva pesante repressione del Partito Comunista Cinese, rimangono molto preoccupanti gli indicatori che vedono il massacro della stazione di Kunming l’8 marzo e l’attentato appena descritto totalizzare – insieme agli altri atti terroristici legati all’ETIM in Cina nel 2014  –  lo stesso numero di vittime dell’intero 2010, ad esempio. Si è di fronte ad uno spropositato aumento della pressione quindi, di fronte al quale le autorità di Pechino in dichiarazioni ufficiali (quelle del Governo) e interviste sul campo contrappongono una cieca e ferma repressione. Ad esempio, forti le parole del capo della polizia di Urumqi in seguito all’attentato del 22 maggio: “Giuro che distruggeremo l’arroganza di questi terroristi”. Un ultimo saggio della recrudescenza del fenomeno è di pochi giorni fa: il 28 luglio nella cittadina di Huangdi un commando di una decina di terroristi uiguri ha portato un attacco di estrema ferocia ed all’arma bianca (ripetendo le barbarie dell’attacco alla stazione ferroviaria di Kunming in marzo). Questa volta i terroristi hanno massacrato 13 agenti della polizia, che rispondendo all’attacco con il fuoco, ha ucciso 25 persone fra civili e terroristi.

Insomma, l’attualità pone la sicurezza cinese di fronte ad un aumento e ad una espansione del fenomeno terrorista proveniente dall’area del Turkestan, ma il sospetto della Cina è di trovarsi di fronte a qualcosa di più grave, ad esempio una secessione.

Edifico con slogan inneggianti ad ETIM
Edifico con slogan inneggianti ad ETIM

ESCURSUS STORICO – L’occupazione turca della regione dello Xinjiang risale al sesto secolo dopo Cristo, ma successivamente, dall’ottavo secolo, si formò l’impero Uiguro, portatore della cultura e delle tradizioni turcofone, oltre che della religione musulmana.

Dopo le alterne vicende legate all’impero cinese e le rivoluzioni del Novecento, l’area fu dichiarata Regione Autonoma dello Xinjiang Uiguro dal governo di Pechino (1955), proprio per renderla più governabile date le istanza indipendentiste presenti nell’area e la grandezza del territorio (si tratta della più grande partizione della Repubblica Popolare Cinese). Al di là dei disordini del 1959, corrisposti a quelli del Tibet, la regione ebbe problemi di governabilità gestibili con relativa tranquillità sino al termine della Guerra Fredda.

Nel 1990, il musulmano Hasan Mahsum fondò l’ETIM, organizzazione apertamente separatista e contraria al Governo di Pechino. L’organizzazione, talvolta sostenuta da Governi di paesi sunniti, fra i quali l’Arabia Saudita e, chiaramente, la Turchia, si pose immediatamente come obiettivi la secessione dalla Cina e la nascita di uno Stato di religione musulmana e lingua turcofona dominato dall’etnia uigura (che rappresenta il 46% del totale della popolazione).

L’affiliazione dell’ETIM con il jihadismo di stampo “qaedista”, se non proprio la diretta dipendenza da Al-Qaeda, è stata oggetto di analisi e dibattiti specialmente nel contesto delle ricerche anglosassoni e statunitensi. Sicuramente si hanno tracce di combattenti uiguri tra le file di Al-Qaeda che dal 2006 sono stati detenuti nel carcere di Guantanamo a Cuba.

UN FENOMENO TRASVERSALE –  I legami dell’ETIM con gruppi di primaria importanza nel palcoscenico del terrore internazionale – l’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU), i network talebani delle Federally Administered Tribal Areas pakistane (dove peraltro l’ETIM dirige alcune scuole coraniche), e alcuni gruppi attivi in Azerbaijan – sono un dato di fatto. Oltre a questi, il Governo cinese, tramite la sua Chinese Academy of Social Sciences, ha affermato che all’ETIM sarebbero subordinati altri movimenti quali, ad esempio il Central Asian Uygur Hezbollah in Kazakistan, l’ Eastern Turkestan International Committee, l’Eastern Turkistan Islamic Resistance Movement in Turchia, la Eastern Turkistan Youth League in Switzerland e il Turkistan Party in Pakistan.

Inoltre, lo United Committee of Uygurs’ Organizations coordinerebbe e legherebbe le organizzazioni turcofone Asia Centrale.

Insomma, l’immagine di insieme che il  Governo cinese ha costruito tende a tracciare una tendenza alla  “trasversalizzazione” del terrorismo islamico che, come previsto da alcuni analisti, andrebbe a perdere le caratteristiche precipue della religione (e quindi della divisione fra i tre rami dell’Islam e le loro varie compartimentazioni) per trovare un sincretismo basato sull’appartenenza etnica turcofona e sui metodi di estremo terrore utilizzati per forzare la volontà politica degli stati e delle popolazioni vittime.

Se queste teorie dovessero rivelarsi fondate, è possibile che la crescita delle capacità dell’ETIM sia solo un tassello di un vero e proprio arco di instabilità nato in seno alle etnie turcofone ed in procinto di congiungere l’Asia da Ovest ad Est, partendo dai territori rivendicati dall’ISIS per arrivare sino all’Estremo Oriente cinese.

Francesco Valacchi

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