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USS Nimitz durante un'operazione nel Pacifico
USS Nimitz durante un'operazione nel Pacifico

La potenza marittima degli USA tra presente e futuro

Miscela Strategica – La strategia di Washington e quelle dei suoi avversari stanno portando ad una rivalutazione del ruolo della potenza e della proiezione marittima in ambito militare. I progetti americani sembrano sostenere questa tesi, nonostante la complessità della loro realizzazione.

IL PESO DELL’A2/AD NELL’ASIA PIVOT – La nuova postura internazionale degli Stati Uniti ha portato a modificare parzialmente l’approccio strategico, il quale va a sommarsi a considerazioni di tipo economico e operativo già ampiamente trattate in precedenza. Nell’analisi della potenza marittima statunitense è necessario tenere presente che il bilanciamento della presenza americana in Asia e nel Pacifico è e sarà al centro di ogni dibattito di merito. Basti pensare al solo fatto che entro il 2020 il 60% della flotta da guerra degli Stati Uniti si troverà nelle acque dell’Oceano Pacifico per capire il valore che questa svolta ha per la U.S. Navy. Il confronto con il maggiore avversario della regione, la Cina, sarà basato sulle capacità di anti-access/area-denial di Pechino e delle risposte che Washington saprà dare per neutralizzarle. Le azioni anti-access (A2) hanno lo scopo di rallentare lo spiegamento di forze (anche non militari) in un teatro o obbligarle ad operare da una distanza superiore a quella desiderata, in pratica riguardano la libertà di manovra verso il teatro. Le azioni di area-denial (AD)si riferiscono alla libertà di manovra dentro il teatro e sono tese ad impedire lo sfruttamento di aree verso cui non si è potuto evitare l’accesso. Nel complesso questo nuovo sistema di gestione dell’ambiente e dei rapporti internazionali gode di un supporto tecnologico in rapido progresso, che comporta per gli Stati Uniti un continuo aumento dei rischi e una parallela diminuzione della libertà di movimento. Altresì riguarda tutti gli ambienti (mare, terra, aria, spazio e cyberspazio) e dunque tutte le forze, non solo quella navale, richiedendo una risposta necessariamente integrata.

USS Rhode Island, sottomarino classe Ohio
USS Rhode Island, sottomarino classe Ohio

IL CONCETTO OPERATIVO DELL’AIR-SEA BATTLE – Parte della risposta americana può essere sintetizzata dal concetto operativo dell’Air-sea battle (ASB) che ha il triplice obiettivo di modificare un ambiente A2/AD, dissuadere gli avversari e rassicurare gli alleati dell’area. In sé il concetto si basa su un attacco in profondità per interrompere la catena di comando avversaria e le linee di comunicazione e di intelligence oltre a neutralizzare, distruggere e sconfiggere l’avversario nelle sue capacità di A2/AD (la terna è Disrupt, Destroy and Defeat). Anche il concetto di Air-sea battle ha come cornice una forza altamente integrata nelle sue componenti ma, tenendo come punto di riferimento la nuova strategia americana, è indubbio l’apporto significativo della componente marittima nello svolgimento concreto delle operazioni militari. Nell’agosto 2010 l’allora Segretario alla Difesa Robert Gates presentò, in una lettera al Congresso, l’importanza dell’Air-sea battle e della necessità di legare tale concetto alla possibilità di poter operare rapidamente e con successo in “acque basse”, con particolare rilevanza nel Pacifico. La proiezione della potenza marittima ha però ulteriori vantaggi che trovano le loro radici nella politica internazionale tradizionale, ripresi in modo evocativo da Mark Landner in un articolo dal titolo A new era of gunboat diplomacy, pubblicato sul New York Times nel novembre 2011.

LA GUNBOAT DIPLOMACY – In generale la flessibilità che ha garantito lo spiegamento delle cannoniere per raggiungere obiettivi di politica estera e risolvere crisi internazionali durante tutto il 1800 sembra potersi ripetere anche nel ventunesimo secolo. Una flotta consistente e veloce, con linee logistiche e di comando brevi ed integrate, permetterebbe agli Stati di conciliare la necessità di essere visibilmente presenti in diversi teatri (potendoli raggiungere senza stazionarvi permanentemente) e di essere in grado di alzare e abbassare la soglia di escalation in maniera credibile e rapida.

In particolare gli Stati Uniti sfrutterebbero la duttilità di una moderna diplomazia delle cannoniere su scala globale, in cui due scenari, cruciali per il futuro degli stessi interessi americani e della loro sicurezza nazionale, sono portati solitamente ad esempio dell’utilità di questo orientamento. Il primo è il Mar Cinese Meridionale in cui sono concentrate le dispute territoriali ed energetiche di alleati e avversari degli USA in Asia (l’intenzione di concentrare nel Pacifico il 60% della flotta entro il 2020 serve soprattutto per aumentare l’efficienza e la rapidità di risposta a questo tipo di sfide). Il secondo quadrante è rappresentato dall’Artico che apre scenari interessanti per le opportunità strategiche, energetiche e commerciali che offre. La flessibilità della proiezione navale sarà invece messa alla prova nel Golfo Persico, dove al momento staziona la 5° Flotta, poiché il dibattito si è acceso sulla convenienza di mantenere una flotta intera in una regione che sta perdendo importanza relativa (N.B. non assoluta) rispetto agli interessi vitali statunitensi (l’argomento utilizzato principalmente è il trend delle esportazioni di petrolio e gas naturale dal Golfo che dal 2035 riguarderà soprattutto Asia ed Europa). Considerati l’ambiente in cui si troverà ad operare, le sfide e le opportunità in un’ottica di medio termine, la Marina degli Stati Uniti sta lavorando in questi anni per trovare la combinazione migliore tra obiettivi, mezzi e risorse per garantire al Paese il primato sui mari anche in futuro.

La LCS Independence pronta per l'esercitazione RIMPAC 2014 (Image credit: U.S. Navy)
La LCS Independence pronta per l’esercitazione RIMPAC 2014 (Image credit: U.S. Navy)

OBIETTIVO 306 – L’Ammiraglio Jonathan Greenert è stato ascoltato dal Comitato sulle forze armate della Camera il 12 marzo 2014, in merito al budget per l’anno fiscale 2015 presentato dal Dipartimento della Marina. L’Ammiraglio sostiene che siano necessarie 450 unità navali per raggiungere gli obiettivi indicati nella Defense Strategic Guidance del 2012 e più in generale per far fronte alla mole di impegni crescente che la Marina si troverà in carico per i prossimi decenni. La realtà presentata da diversi centri di ricerca indipendenti e istituzionali riduce la struttura ideale della Marina ad una cifra compresa tra le 250 e le 350 unità, rispettando così il trend dell’ultimo ventennio. Considerando i piani ufficiali di ristrutturazione e costruzione del naviglio da guerra che il Dipartimento della Marina ha presentato al Congresso per la valutazione e l’approvazione di costi e fattibilità si arriva ad ipotizzare una flotta di 306 navi. Secondo gli obiettivi della Marina, resi noti già nel gennaio 2013, l’ossatura ideale comprenderebbe 60 sottomarini, di cui 12 sottomarini lanciamissili balistici nucleari e 48 sottomarini nucleari d’attacco, 11 portaerei nucleari, 88 incrociatori, 52 navi da combattimento costiero (Littoral Combat Ship), 33 imbarcazioni anfibie, 29 navi ausiliare per il rifornimento di cibo, carburante, etc. (navi classe Lewis e Clark) e 33 navi di supporto. Attualmente la flotta statunitense è costituita da 285 navi ed il suo rinnovamento è stato affidato al 30-year shipbuilding plan, presentato nella primavera del 2013 per gli anni fiscali dal 2014-2043.

UN PIANO TRENTENNALE, TRA UFFICIALI E RAGIONIERI – Il piano trentennale riguarda lo smantellamento (o la vendita) di vecchie unità, la sostituzione di alcune di esse e la costruzione di nuove unità spalmandone i costi sul budget di trenta anni fiscali. Il piano è ambizioso e ha l’obiettivo di creare una forza di proiezione marittima in grado di adattarsi alle sfide future rinnovando marcatamente la composizione della flotta militare americana.

Le stime sui costi complessivi del piano effettuati dal Congressional Budget Office (CBO) e dalla Marina divergono sostanzialmente, creando non pochi problemi nel valutarne il livello di realizzabilità. La Marina ha stimato un costo medio annuo di 16,8 miliardi di dollari per trent’anni: una media di 15,4 per i primi dieci anni, di 19,8 per la seconda decade e 15,2 per l’ultima. Il CBO prevede invece un costo medio annuo di 19,3 miliardi di dollari per trent’anni: una media annua di 16,3 miliardi per il decennio 2014-2023, di 22,6 miliardi per il decennio 2024-2033 e di 19,1 miliardi l’anno per il decennio 2034-2043 (con una spesa maggiore del 15% rispetto a quanto preventivato dal Dipartimento della Marina). È da notare che la parte centrale (dall’anno 2024 al 2033) è quella in media più dispendiosa poiché è prevista la sostituzione dei sottomarini lanciamissili balistici nucleari (SSBN) classe Ohio con un costo di circa sei miliardi di dollari per ogni nuovo sottomarino, limitando fortemente la costruzione di altro tipo di naviglio.

Altro ostacolo alla fattibilità del piano, così come presentato, sarà la modalità di reperimento dei fondi, anche se in questo caso il problema appare meno complesso. Infatti, come già accaduto in altri periodi storici, sarà la flessibilità nell’allocazione dei fondi del Dipartimento della Difesa a giocare un ruolo decisivo nella distribuzione delle risorse tra le varie forze armate, unita all’elasticità nel distribuire gli stessi all’interno del Dipartimento della Marina, calibrando con il passare del tempo le priorità della nuova struttura.

Davide Colombo

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