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Eurofighter "Typhoon" della Royal Saudi Air Force.

Geopolitica del commercio di armi nel Golfo

Miscela Strategica – Il commercio di materiale bellico è un interessante indicatore delle dinamiche geopolitiche mondiali. L’aumento degli approvvigionamenti da parte del Medio Oriente, insieme alla crescita delle esportazioni statunitensi proprio in quell’area, evidenzia come il ‘pivot mediorientale’ di Washington non sia stato ancora, di fatto, accantonato.

 CRESCE LA SPESA PER L’ACQUISIZIONE DI ARMI IN MEDIO-ORIENTE – I dati statistici relativi ai due anni appena trascorsi mostrano una sostanziale diminuzione della spesa globale di armamenti. Il dato appare certamente interessante, considerando che si tratta del primo decremento in termini reali dal 1998. Ad un primo sguardo superficiale, si direbbe che nel 2012 sia iniziato un trend in discesa per quanto riguarda le spese militari mondiali, dato di fatto in disaccordo con le crisi in corso. Solo per citarne alcune, il biennio passato ha visto nascere le cosiddette ‘primavere arabe’ (scoppiate a catena nel 2011), il disastro siriano, l’Iraq in rivolta, la difficile transizione afghana, finanche gli albori del tumulto ucraino. Il quadro generale evidenziato dal dato grezzo, infatti, non è rappresentativo di per sé. Innanzi tutto, occorre osservare il trend della spesa militare mondiale nell’ultimo ventennio. Ragionando su una retrospettiva di medio-lungo periodo, dagli anni Novanta ad oggi le spese globali in ambito militare hanno seguito una strada in ascesa, raggiungendo il culmine nel 2010. Il livello di spesa dell’ultimo biennio, seppur in discesa, quasi raddoppia il livello registrato nei primi anni Novanta, nei quali si è assistito all’assestamento conseguente al venir meno della contrapposizione fra i blocchi. In secondo luogo, andando a scomporre il dato generale relativo al periodo 2012-2013, si rileva che a una cospicua riduzione in investimenti e approvvigionamenti da parte di Stati Uniti ed Europa, corrisponde un impressionante aumento di spesa in Medio Oriente. In proporzione, può dirsi che il Medio Oriente sia l’area in cui la spesa per l’acquisizione di armi ha subito il picco maggiore, con una preponderanza di acquisizioni da parte delle economie petrolifere della Penisola Arabica. Addirittura, la spesa militare nella regione del Golfo e in Nord Africa ha subito un’impennata negli anni passati che si allinea pienamente alla situazione politica della regione. Un’area, quella del Golfo, che ultimamente è stata declassata nella maggior parte delle analisi geo-strategiche globali, per lasciare il passo all’emergente ingerenza cinese in Asia ed al conseguente vettore di Washington verso il Pacifico. Sicuramente, dal punto di vista strategico, la proiezione verso l’estremo oriente degli Stati Uniti poggia su delle basi solide. Tuttavia, sottovalutare il calderone mediorientale – e il mondo arabo nel suo insieme – sarebbe una grave leggerezza. 

Uno scorcio del salone IDEX 2013, negli Emirati Arabi Uniti.
Uno scorcio del salone IDEX 2013, negli Emirati Arabi Uniti.

CHI COMPRA – Il Medio Oriente e il Nord Africa hanno registrato, rispettivamente, una crescita della spesa militare dell’8 % e del 7% tra il 2010 e il 2011. I dati ufficiali disponibili, però, non riguardano tutti i Paesi della regione. Se, da un lato, esistono certezze circa la spesa di Oman, Arabia Saudita, Iraq, Bahrain e Kuwait, mancano all’appello tutta una serie di Paesi estremamente rilevanti per definire una panoramica accurata. Non a caso Iran, Siria, Qatar e Emirati Arabi Uniti sono fra questi. Le complesse dinamiche di forza nell’area potrebbero essere essenzialmente ricondotte a tre fattori di instabilità: gli effetti delle rivolte arabe con l’emergere di nuove figure dominanti al posto dei regimi totalitari tollerati dai Paesi occidentali, la tensione fra i Paesi del Golfo e l’Iran, il contenimento della crisi in Siria. Un aspetto che accomuna questi fattori, sicuramente, è che sono il prodotto delle crisi più o meno latenti che affliggono la regione da decenni. Ognuno di questi elementi, in modo diverso, tocca infatti tutti i Paesi della regione. Le scelte di politica estera e di politica commerciale dei singoli Paesi, dunque, riflettono il ruolo che questi attori svolgono, o avrebbero intenzione di svolgere, sul più ampio teatro strategico regionale.

L’Arabia Saudita, in termini di spesa militare, è il numero uno fra i Paesi del Medio Oriente. È noto che per far fronte alle esigenze strategiche nazionali, il regime saudita abbia già da qualche anno avviato una massiccia campagna di spesa militare per ampliare la produzione autonoma di armamentario bellico. Nel 2010, gli Stati Uniti hanno firmato un accordo dal valore di 60 miliardi di dollari con l’Arabia Saudita per la fornitura di elicotteri e velivoli militari (circa 70 Apache, altrettanti Blackhawk, 85 caccia F-15 e alcuni elicotteri ultraleggeri per le operazioni speciali), di un sofisticato sistema di allerta radar e di componenti missilistiche. L’obiettivo saudita è quello di mantenere un ruolo di leadership sullo scacchiere mediorientale, facendo da contraltare alla politica estera aggressiva dell’Iran, aspro rivale nella contesa per il ruolo di guida nella regione. La monarchia saudita si è da sempre caratterizzata per un uso prudente della politica estera, mantenendo buoni rapporti di amicizia con Washington nonostante le divergenze di pensiero intercorse vis à vis della gestione delle ‘primavere arabe’. Lo scoppio di un focolaio di tensione nel vicino Bahrain ha appunto incrinato il sodalizio fra Washington e Riyadh; la prima più incline ad una retorica democratica favorevole al cosiddetto ‘risveglio arabo’, la seconda assolutamente intenzionata a fermare sul nascere le prime scintille di dissenso alle porte. L’acquisizione di materiale bellico dagli Stati Uniti, in quest’ottica, delinea la volontà di assicurarsi una certa autonomia militare nella regione, pur rimanendo vicino all’alleato storico di Washington. Immediatamente in coda all’Arabia Saudita, in ordine di grandezza, sono l’Iraq e il Bahrain. Le ragioni del copioso aumento della spesa militare sono intuibili per entrambi. Il Bahrain – si è ricordato – sta vivendo la sua ‘primavera’. L’Iraq, a quasi tre anni dal ritiro delle truppe americane dal suo territorio, fronteggia un’escalation di violenza che ha superato i picchi del 2006-2008, il periodo più sanguinoso del conflitto. Tensioni politiche, settarie e religiose stanno dilaniando un Paese che, ad oggi, non si è dimostrato in grado di gestire la transizione democratica. Buona parte delle armi acquistate serve a rifornire le forze di sicurezza nazionali preposte alla protezione dei giacimenti energetici e al controllo dei labili confini con la Siria. 

Il pattugliatore classe Falaj2, della marina degli Emirati Arabi, di produzione italiana.
Il pattugliatore classe Falaj2, della marina degli Emirati Arabi, di produzione italiana.

CHI VENDE – La leadership mondiale nelle esportazioni di materiale bellico resta agli Stati Uniti, con stime che si aggirano intorno ai 60/70 miliardi di dollari all’anno. Mosca, tradizionalmente considerata un forte competitor sul mercato degli armamenti, esporta per un sesto del volume di Washington. Una leadership statunitense, dunque, che non solo permane, ma sembra in crescita. Mentre la crisi economica mondiale ha frenato le acquisizioni di Washington, dal 2010 a oggi il livello delle esportazioni è cresciuto in maniera esponenziale. Le vendite sono triplicate negli ultimi due anni, seguendo una direttiva verso il Medio Oriente. La maggior parte della produzione bellica esportata dagli Stati Uniti, infatti, è destinata ai Paesi del Golfo, dove l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman sono il principale punto di approdo. Le tensioni legate all’ingerenza di Teheran nella regione hanno spinto molti attori a incrementare gli investimenti e gli approvvigionamenti. Gli Stati Uniti stanno ampiamente soddisfacendo tale domanda, consapevoli del ruolo geopolitico che ne deriva. Gli accordi, elaborati tutti su base bilaterale, riguardano per lo più la fornitura di velivoli e di sistemi di difesa missilistica. I Paesi del Golfo coinvolti, in primo luogo l’Arabia Saudita, non condividono una diretta prossimità geografica con il territorio di Teheran. L’opzione missilistica marchiata USA, dunque, sembra confermare la tesi per cui la proiezione di Washington nella regione si accompagna alle esigenze strategiche nazionali dei Paesi del Golfo. 

IL GOLFO RIMANE UN’AREA STRATEGICA – Le tensioni politiche e sociali che hanno disgregato lo ‘pseudo-ordine’ mediorientale delineatosi fino al preludio delle rivolte del 2011 permangono tutt’ora nella regione. Quello che in un primo momento poteva sembrare un possibile assestamento delle dinamiche regionali, si è rivelato un ulteriore focolaio di tensioni all’interno di un’area geopolitica storicamente in bilico. La gestione della ‘questione mediorientale’, con tutte le sfaccettature di cui è composta, non potrà che rimanere uno degli obiettivi strategici per gli Stati Uniti. L’affacciarsi di nuovi attori sul panorama asiatico – come la Cina – o lo spauracchio ‘in stile Guerra Fredda’ del confronto con Mosca, non eliminano la proiezione di Washington nella regione mediorientale.

Intanto, i Paesi del Golfo resteranno il primo fornitore di greggio per gli Stati Uniti ancora per diverso tempo, nonostante i progressi nel campo dello ‘shale gas’. Elemento ancor più rilevante, la Penisola Arabica si trova in una posizione strategica fondamentale: è un ponte di lancio verso quel tumulto che è l’Asia Centrale. Mentre la presenza militare sul terreno si sta allentando (si pensi al ritiro delle truppe dall’Iraq e al progressivo allontanamento dall’Afghanistan), la gestione delle esportazioni della produzione bellica nazionale – pianificata sugli obiettivi strategici – consente ancora agli Stati Uniti di mantenere un ruolo chiave nella regione.

Emma Ferrero

Mappa del Medio Oriente. Image credit: UN Cartographic Section.
Mappa del Medio Oriente. Image credit: UN Cartographic Section.
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