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Ufficiali della marina giapponese in rivista.

Un Giappone in armi?

Miscela Strategica – Il Giappone ha cambiato radicalmente atteggiamento nei confronti delle proprie Forze Armate negli ultimi anni. Sotto Shinzo Abe il Paese ha adottato una politica estera più attiva rispetto al passato da cui è scaturita una visione strategica nuova. Vediamo

IL “RISVEGLIO MILITARE” – Secondo il nuovo approccio giapponese ai temi di difesa e sicurezza Tokyo non starà a guardare rimanendo sulle difensive mentre la Corea del Nord assume una postura sempre più minacciosa e la Cina si propone con forza crescente come potenza asiatica con interessi globali. In un certo senso è stato proprio il timore che gli equilibri regionali in Asia orientale vengano regolati, nei prossimi decenni, secondo canoni impostati da Pechino a determinare il “risveglio militare” del Giappone. Gli stessi documenti programmatici ufficiali affermano che il Giappone sia passato dal “peace loving” al pragmatismo/realismo. Di conseguenza i problemi legati alla difesa e sicurezza nazionale sono stati posti come una priorità per il Paese, un elemento sicuramente nuovo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

L’obiettivo principale di Tokyo è assicurare una cornice di sicurezza per i propri interessi nella regione, specialmente nelle aree contese, recentemente tornate alla ribalta, nel Mar Cinese Meridionale e Orientale. Non vuole tuttavia muoversi da sola e sta cercando di buttare in mischia diversi soggetti internazionali con interessi analoghi o correlati. In breve, quello che il Giappone denomina ufficialmente “proactive contribution to peace” è un modo intelligente di dividere rischi e costi legati alla stabilizzazione della regione con vecchi e nuovi alleati. Questo modus operandi non è comune nella regione Asia Pacifico dal momento che i Paesi dell’area hanno intrapreso da anni una corsa agli armamenti in ordine sparso, ciascuno per proprio conto, ma con il timore comune dell’espansionismo cinese e/o delle intenzioni bellicose nord coreane (per es. Corea del Sud, Filippine, Australia). Il Giappone ha invece dimostrato di possedere la capacità di concepire un approccio più complesso della mera politica di potenza, diverso da quello degli altri Paesi dell’area, che associa alla credibilità dello strumento militare consistenti opportunità economiche. La sua strategia assomiglia, con gli ovvi distinguo, al concetto di “smart power” in voga fino a non molto tempo fa. A dire il vero Tokyo non è in cerca di un ruolo egemone nella regione né vuole lottare per la supremazia, ma sta tentando di assicurare la crescita delle proprie attività economiche verso l’estero, soprattutto attraverso la difesa delle proprie rotte commerciali privilegiate, prime fra tutte quelle che attraversano il Mar Cinese Meridionale e gli stretti di Malacca (ma non solo).

Un carro Type 10 durante un'esercitazione a fuoco.
Un carro Type 10 durante un’esercitazione a fuoco.

LA RICETTA DI TOKYO – Nel complesso, il meccanismo attraverso il quale Tokyo intende risolvere il proprio “dilemma sicurezza”, basato sul multilateralismo, non è nuovo ma si è rivelato fuori dal coro rispetto alle dinamiche che si sono venute a creare in Asia orientale. In effetti, la nuova enfasi che il Giappone ha posto sugli strumenti regionali di cooperazione economica (es.: APEC, ASEAN) rivela la consapevolezza politica che apparire forti militarmente può portare vantaggi economici ma che, nel contesto est-asiatico, i Paesi in lizza sono interdipendenti tra loro al punto che, in realtà, un conflitto aperto non converrebbe a nessuno (si pensi, ad esempio, alla dipendenza giapponese dalle terre rare cinesi oppure alla dipendenza della stessa Cina dai trasferimenti di know-how dall’estero per la propria crescita). Si tratta quindi di un complesso gioco di equilibri di forza le cui variabili principali sono la potenza e l’economia.

Se si guarda al panorama asiatico – pacifico, infatti, Paesi come le Filippine, la Malesia, Myanmar o il Vietnam stanno traendo vantaggi economici consistenti dall’incremento degli investimenti diretti cinesi in infrastrutture ed industria, ma vivono nel timore di divenire troppo dipendenti da Pechino o essere forzati ad entrare nella sua sfera di stretta influenza. Il Giappone, nel tentativo di sfruttare tali timori a proprio vantaggio, sta avanzando una visione alternativa che sia appetibile ai Paesi coinvolti e che permetta al contempo di conseguire i propri obiettivi di lungo periodo in politica estera. Tuttavia, al momento, l’attivismo di Tokyo non ha ricevuto grossi apprezzamenti e qualche Stato considera negativo il risveglio giapponese. Ma il Primo Ministro Shinzo Abe non si è dato per vinto, e continua a lavorare ad un modello geopolitico regionale che preservi l’interesse giapponese in generale e la validità del proprio modello economico (Abenomic) in particolare, il quale in politica estera fa ampio affidamento sul valore politico degli investimenti diretti.

Un idrovolante Shinmaywa US-2I sorvola un caccia classe Kongo. Alcuni esemplari dell'aereo potrebbero essere acquistati dall'India in seno agli ultimi accordi bilaterali.
Un idrovolante Shinmaywa US-2I sorvola un caccia classe Kongo. Alcuni esemplari dell’aereo potrebbero essere acquistati dall’India in seno agli ultimi accordi bilaterali.

IL BANCO PROVA INDIANO – L’occasione per testare la validità della strategia politica giapponese si è presentata negli ultimi mesi tramite gli accordi di cooperazione militare stipulati con l’India. I due Paesi hanno visioni geopolitiche di lungo periodo distinte e percorsi politici ed economici nazionali di natura diversa. Eppure i documenti ufficiali che fanno seguito parlano di “partnership strategica”. A dire il vero i proclami sono eccessivi rispetto ai risultati reali, ma per Shinzo Abe la serie di accordi rappresenta una pietra miliare. Nel dettaglio, India e Giappone organizzeranno esercitazioni congiunte, condivideranno procedure operative per le operazioni di “peacekeeping”, scambieranno ufficiali e contrattualizzeranno l’acquisto di alcuni sistemi d’arma di produzione giapponese (il primo caso di export diretto dell’industria nipponica della difesa). Alcuni punti delle relazioni bilaterali rimangono controversi, ad esempio il veto giapponese al programma nucleare indiano che, nonostante i segnali di apertura, vede una certa rigidità da parte di Tokyo (ma questo merita discorso a parte). Nondimeno, gli accordi militari permettono al Giappone di evidenziare come, nonostante i dissapori, sia possibile trovare un minimo comune multiplo per le tematiche legate alla sicurezza regionale ed avere un caso di riferimento da mostrare agli altri Paesi dell’area come esempio della validità della propria proposta geopolitica.

Marco Giulio Barone

1 comments
Antonio Gravano
Antonio Gravano

Al riarmo giapponese non sono indifferenti gli USA, sia per ragioni di interscambio di mezzi e attrezzature militari, sia per contenere lo strapotere militare che la Cina va assumendo nell' area del Pacifico.