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Un carro armato M1 Abrams per le strade di Baghdad nel 2003

Il risveglio iracheno e la presenza silenziosa americana

Miscela strategica – Dal ritiro americano, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante ha avuto il tempo per riorganizzarsi ed intraprendere con maggior forza un attacco alle autorità irachene e al governo al-Maliki. Fallujah e Ramadi sono sotto costante assedio di alcune milizie sunnite. Gli Stati Uniti, preoccupati per la stabilità dell’intera regione, stanno correndo ai ripari.

BREVE STORIA DI AL-QAEDA IN IRAQ – Secondo le ricostruzioni più affidabili, al-Qaeda è stata importata in Iraq da Abu Musab al-Zarqawi, un arabo di origine giordana, che ha operato lungamente tra Pakistan e Afghanistan. Al-Zarqawi è presente nella parte settentrionale dell’Iraq dal 2001, dove si lega a una fazione separatista curda (Ansar al-Islam). Ma è solo alla fine del 2004 che Zarqawi mette a disposizione di Osama bin Laden la propria milizia, reclutando inizialmente i combattenti addestrati in Afghanistan e in Pakistan. Gli Stati Uniti inseriscono nell’ottobre 2004 il gruppo al-Qaeda in Iraq (AQI) nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere del Dipartimento di Stato. La leadership e il collocamento di AQI si complicano con il sorgere di differenze insanabili tra Zarqawi e lo stesso bin-Laden, nel 2005. Infatti gli attacchi indiscriminati del gruppo di Zarqawi in Iraq rischiavano di minare la popolarità e l’appoggio che al-Qaeda riceveva nel quadrante mesopotamico. La morte di Zarqawi nel 2006 causato da un bombardamento USA, l’emergere come nuovo leader dell’egiziano al-Masri (consigliere dell’attuale guida di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri) ucciso a sua volta nel 2010 durante uno scontro a fuoco con soldati americani e iracheni e, soprattutto, la diversa strategia dell’Amministrazione Bush per stabilizzare l’Iraq, cambiano del tutto la fisionomia del gruppo militante sunnita. Un mutamento necessario per riscattare la sconfitta subita con l’uccisione di Zarqawi e per affrontare la nuova strategia portata avanti con successo dal generale McChrystal.

AQI, ISIL E ISIS – Le sigle di combattenti islamisti nell’area compresa tra Iraq e Siria sono le più varie, difficili da identificare sia per quanto riguarda la composizione e l’affiliazione a movimenti più ampi, sia per la diffusione sul territorio, vista la capillarità e la fluidità della loro presenza. Si può ragionevolmente affermare che, già alla fine del 2006, la sigla Islamic State of Iraq era utilizzata da Abu Ayyub al-Masri, per marcare la specificità irachena che al-Masri voleva far prendere ai suoi miliziani. Ora il gruppo principale di combattenti è stato ereditato da Abu Bakr al-Baghdadi, sotto la bandiera dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL – Islamic State of Iraq and the Levant). Il tentativo di al-Baghdadi è quello di allargare la propria presenza al di là dei confini iracheni (la sigla spesso usata è anche ISIS – Islamic State of Iraq and Syria), anche se non è così semplice. Nell’aprile 2013 al-Baghdadi dichiarò l’avvenuta fusione di ISIL con Jabhat al-Nusra, per gli analisti un gruppo affiliato ad al-Qaeda, radicato in Siria, intento a combattere tra le fila della disomogenea opposizione siriana. Tale fusione fu, però, prontamente disconosciuta da colui che ha sostituito bin Laden al comando di al-Qaeda, ossia al-Zawahiri. Secondo il Council on Foreign Relations, al-Zawahiri vorrebbe limitare le azioni di al-Baghdadi al solo territorio iracheno, creando una profonda frattura tra quella che gli Stati Uniti chiamano “core al-Qaeda” e ISIL. Questa ipotesi è rafforzata dalle notizie del coinvolgimento di vari gruppi islamisti nello sforzo di conquistare le posizioni siriane di ISIL e di costringerli a lasciare la Siria (anche se altri vedono questa incrinatura più sfumata).

Addestramento forze di sicurezza irachene
Addestramento forze di sicurezza irachene

COSA STA SUCCEDENDO IN IRAQ? – Durante tutto il 2013 la tensione in Iraq è cresciuta, con l’aumento degli scontri tra le forze armate del governo al-Maliki e i gruppi armati sunniti nelle regioni occidentali, con attentati che hanno causato, in tutto l’anno, circa 8000 morti. Il 2014 è iniziato con attacchi alle sedi delle autorità irachene e lo scoppio di episodi violenti su media scala in alcune province a maggioranza sunnita. In particolare la provincia nordoccidentale di Anbar è il teatro dei combattimenti più intensi. Le città di Ramadi e Fallujah sono state sotto assedio per diverse settimane, con i miliziani di ISIL non lontani dallo stabilire un controllo esclusivo dell’area. La maggioranza della popolazione sunnita si trova nel mezzo della lotta tra le forze governative e i militanti ISIL, da un lato protestando ormai da più di un anno, anche in maniera violenta, contro il governo centrale per avere più autonomia e un maggior peso politico, e dall’altro resistendo agli assalti dei miliziani, che dal deserto arrivano nelle città per attacchi e attentati terroristici. La situazione potrebbe anche peggiorare in vista delle elezioni generali che si terranno in aprile e una soluzione di breve-medio termine non sembra facile da trovare.

USA: MOLTA CIA E POCO ESERCITO – In seguito al ritiro delle truppe dall’Iraq da parte dell’Amministrazione Obama nel dicembre 2011, gli Stati Uniti hanno continuato ad assistere le autorità irachene nella ricerca di stabilità e sicurezza. I compiti sono stati suddivisi tra Dipartimento della Difesa e Central Intelligence Agency, con un contributo rilevante delle compagnie di sicurezza private (i cosiddetti contractors). Il personale militare viene impiegato principalmente per addestrare le forze irachene. Attualmente circa 220 militari lavorano  per  l’Ufficio di cooperazione per la sicurezza in Iraq, che, oltre ad occuparsi dell’addestramento, coordina la fornitura di materiale militare alle forze di sicurezza locali, anche se il numero potrebbe scendere a 130 unità, dopo la chiusura ulteriore di alcuni presidi (come riportato dal Wall Street Journal). Per quanto riguarda la fornitura militare, il Primo Ministro al-Maliki ha ottenuto, dopo una serie di consultazioni con i principali esponenti dell’Amministrazione americana, l’invio di droni per la sorveglianza delle aree più a rischio e missili Hellfire per poter contrastare la potenza di fuoco delle forze affiliate al gruppo di al-Baghdadi. È chiaro che sono misure contingenti, che, da sole, non possono stabilizzare la regione in maniera significativa. Il governo di al-Maliki sta trattando, inoltre, l’acquisto di alcuni elicotteri da combattimento, per avere una maggiore efficacia nel medio raggio, ed intervenire rapidamente per contenere attacchi come quelli esplosi i primi giorni dell’anno a Ramadi e Falluja.

In ogni caso, il ruolo fondamentale della presenza americana in Iraq è svolto dalla CIA. In una serie di decisioni, prese tra la fine del 2011 e il 2012, e tenute riservate per diversi mesi, la Casa Bianca ha indirizzato la CIA a fornire tutto il sostegno necessario al reparto speciale dell’antiterrorismo iracheno, che fa riferimento esclusivamente al Primo Ministro al-Maliki. Questo reparto speciale (denominato CTS) era prima supportato dal Pentagono, il quale ha dovuto cedere, dopo anni di collaborazione, la gestione all’intelligence. Più in generale si sta verificando in Iraq uno slittamento delle funzioni affidate agli americani dal Pentagono alla CIA, generando una duplice conseguenza. Da un lato viene meno l’esperienza maturata in quest’ultima decade dagli ufficiali della Difesa USA, dall’altro Obama può mantenere una maggiore segretezza e, soprattutto, sottrae al Congresso parte del potere che aveva di incidere sulle decisioni in materia. Come nel caso del personale militare, anche quello dell’intelligence  sembra stia preparando un ridimensionamento in termini numerici. È da notare come durante l’occupazione americana, Baghdad fosse considerato il più grande distaccamento della CIA al mondo, con più di 700 agenti operanti stabilmente. Obama pensa di mantenere circa il quaranta per cento delle unità sul campo, che dovrebbero comunque garantire una presenza sufficiente a svolgere le funzioni ordinarie sul territorio. Il Presidente vuole rimanere nel solco tracciato per il Medio Oriente dalla sua Amministrazione, una presenza discreta affidata all’intelligence più che ai militari, e basata su addestramento ed equipaggiamento delle forze in loco più che su operazioni svolte direttamente dalle forze speciali americane.

Davide Colombo

Province irachene
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