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L’Africa è davvero il continente della guerra? (II)

Miscela Strategica – Nell’opinione diffusa, l’Africa è la terra della guerra, dei grandi gruppi di ribelli che combattono per l’indipendenza e dei massacri su vasta scala. È questa la realtà?Le statistiche internazionali, la maggiore sensibilità dell’opinione pubblica africana e le dinamiche degli ultimi venti anni sembrano affermare il contrario: le guerre in Africa stanno diminuendo e il loro numero, pur restando elevato in termini assoluti, è in linea con i trend mondiali. Tuttavia, alcuni indici sono nettamente inferiori a quelli sudamericani e asiatici. (L’analisi è composta da due parti, la prima giovedì 26 settembre, la seconda giovedì 3 ottobre).

 

I NUOVI GRUPPI COMBATTENTI: LA FRAMMENTAZIONE – Secondo le stime della Political Instability Task Force, la probabilità che oggi, nel mondo, uno Stato medio si trovi ad affrontare un conflitto armato interno è pari a quella della fine degli anni Cinquanta: basandoci sulla percezione diffusa, sembrerebbe impossibile. Questi dati interessano anche l’Africa, la cui probabilità di intrastate conflict è di poco superiore a quella del Medio Oriente e dell’Asia orientale, ma di quasi il 60% minore rispetto al Sudest asiatico, nonostante il continente nero abbia il maggior numero di episodi di violenza interna in termini assoluti. A essere preoccupante è la frammentazione dei gruppi combattenti africani, come hanno mostrato sia la vicenda della Conferenza di pace per il Darfur nel 2011, con l’estrema divisione interna di formazioni che pur lottavano per gli stessi propositi, sia i recenti fatti nella Repubblica Centrafricana, dove gli insorti del fronte Seleka, prima di assumere il potere nel 2013, avevano almeno cinque posizioni differenti. L’esempio più clamoroso, comunque, è la coalizione tra islamisti e tuareg nell’Azawad contro il Governo di Bamako: già prima dell’intervento francese (gennaio 2013), l’alleanza si era tramutata in ostilità aperta. Questa tendenza complica decisamente il quadro, rendendo fluido il rapporto tra gli Stati e gli attori non statali, cosicché, se da un lato lo scontro è meno intenso, dall’altro lato l’impressione degli osservatori è di assistere a molteplici conflitti.

 

Una mappa dei conflitti combattuti in Africa tra il 2011 e il 2013

I NUOVI GRUPPI COMBATTENTI: LA DIMENSIONE CROSS-BORDER – La problematica sulla quale si dovrebbe porre l’attenzione è che la tipologia delle guerre africane è mutata ormai da oltre venti anni, anche per l’emersione di dinamiche nuove, quali l’affermazione dei gruppi islamisti, che, pur divenendo in alcuni casi amministratori del territorio, al pari del modello classico d’insorgenza che unisce mire indipendentiste a connotati etnico-ideologici, si diversificano per il loro inserimento in una rete internazionale con obiettivi sovranazionali, come dimostra il triangolo jihadista composto dalla diaspora di al-Shabaab, da Boko Haram e dalla galassia qaidista del Sahel occidentale. Se si escludono il Mali – con la vicenda dell’Azawad – e l’esperienza dei ribelli di Seleka nella Repubblica Centrafricana, nel continente non ci sono più grandi gruppi organizzati che lottano per la conquista dello Stato in toto, come nei casi delle guerre civili in Angola o Mozambico, secondo uno schema (da Guerra Fredda) che prevedeva due fronti ben evidenti. L’Africa si sta balcanizzando, con l’azione contestuale di vaste reti terroristiche e di gruppi di piccole dimensioni o, comunque, dalle ambizioni territoriali ben delineate (come M23 nel Kivu). Questi attori hanno un modello di finanziamento diverso dai ribelli classici, poiché, piuttosto che contare sul sostegno esterno, essi reperiscono i propri fondi da attività criminali, in particolare il traffico di droga, la tratta di esseri umani e il coinvolgimento nel business dei rapimenti, spesso in cooperazione tra loro. A incidere, inoltre, è la dimensione cross-border di tali gruppi, che, nella maggior parte dei casi, mirano alla connessione delle aree transfrontaliere periferiche (sia geograficamente, sia per tendenza storico-politica) dei singoli Paesi. Esempi in questo senso sono il LRA di Joseph Kony, che agisce tra la regione dei Grandi Laghi, l’Uganda e il Sudan del Sud; il network dei combattenti islamisti tra Somalia, Ogaden etiope e Province Nordorientali keniote; il variegato fronte dell’Azawad prima del 2013; gli insorti della regione del Casamance tra Senegal, Gambia e Guinea Bissau.

 

Soldati ugandesi durante un pattugliamento in Somalia
Soldati ugandesi durante un pattugliamento in Somalia

I PROCESSI ELETTORALI – A persistere nel tempo, però, è la debolezza degli Stati e delle loro Istituzioni. Basti pensare alle difficoltà che molti abitanti del Kivu hanno nell’indentificarsi con il Governo di Kinshasa, o all’incapacità per il Sudan del Sud di gestire le dispute intertribali. In vari Paesi la popolazione non ha ancora compreso la necessità della democrazia, ma non per riluttanza nei confronti del concetto, quanto perché altri fattori, dall’impotenza del sistema scolastico, all’assenza di sostentamento, passando per la lontananza delle classi dirigenti, hanno ostacolato la penetrazione dei suoi princìpi. Spesso la conflittualità sociale è stata convogliata nella violenza politica, come negli scontri post-elettorali in Kenya nel 2007-2008, in Zimbabwe nel 2008, e in Costa d’Avorio nel 2011. Tuttavia, quando la situazione è stata favorevole, molte cittadinanze africane hanno mostrato maturità politica e voglia di partecipare al processo decisionale: il Sudafrica dopo l’apartheid, il Senegal nel 2012, lo stesso Kenya e il Mali nel 2013 sono stati esempi assolutamente positivi di responsabilità. Certamente, laddove i conflitti non siano stati risolti e siano divenuti latenti, i processi democratici, soprattutto quelli elettorali, possono divenire il pretesto per eruzioni di violenza.

 

LA LOTTA PER LE RISORSE – Purtroppo, inoltre, stanno aumentando i micro-conflitti per il controllo delle risorse a livello anche di villaggio e singole comunità, arrivando a costituire il 35% delle violenze in Africa (nell’America centro-meridionale sono il 50%). Alle centinaia di contenziosi internazionali per lo sfruttamento, per esempio, dell’acqua (Nilo Bianco e Nilo Azzurro, Lago Ciad, Omo, Giuba e Uebi Scebeli, Zambesi, Niger, Senegal…), devono infatti essere aggiunti i casi di conflitti locali, anche molto sanguinosi (Sudan del Sud, Somalia, Camerun…), con recenti studi che mostrano un sensibile incremento negli scontri per tali motivi e un trend allarmante per i prossimi anni, considerato che i cambiamenti climatici, l’urbanizzazione e l’errata gestione condurranno all’aumento esponenziale della vulnerabilità idrica e alimentare.

 

QUALCHE IPOTESI – Dopo il picco degli anni Novanta, i conflitti in Africa hanno davvero subìto una flessione, almeno fino al nuovo incremento (di tendenza mondiale) dal 2010. La grande differenza col passato, tuttavia, è che tali scontri sono mediamente minori in estensione e intensità, principalmente concentrati nelle regioni periferiche dei singoli Stati e condotti da gruppi armati frammentati, ma dalla dimensione transnazionale e finanziati tramite attività illecite o coinvolgimento in reti terroristiche. Sarebbe pressoché impossibile individuare un unico fattore per spiegare il calo sostanziale nel numero di guerre in Africa, sia perché non esiste, sia perché, anche qualora si volesse in qualche modo identificarlo, esso sarebbe soggetto a interpretazioni facilmente strumentalizzabili. Innanzitutto, l’Africa ha cominciato ad affidarsi maggiormente ad alcuni strumenti di stabilizzazione, in particolare a Organizzazioni internazionali quali l’Unione Africana, la Comunità economica dell’Africa occidentale (ECOWAS) o la Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (SADC), che hanno preso parte attiva, anche da un punto di vista militare, in crisi complesse (Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Madagascar, Mali, Somalia, Sudan, Zimbabwe…). In secondo luogo, le dinamiche internazionali hanno condotto alla fine dell’utilizzo dei Paesi africani per la prosecuzione della politica dei blocchi, conducendo nel continente nuovi attori, come la Cina e il Brasile, che, a prescindere dal giudizio sulla loro condotta commerciale, tendono comunque a favorire la stabilità interna. Inoltre, in molti Stati, tutti questi fenomeni hanno spinto elementi un tempo intransigenti ad accettare il confronto con le controparti, impegnandosi a concedere un’opportunità al dialogo, seppure in molti casi per il puro tornaconto personale.

 

(Qui la prima parte)

 

Beniamino Franceschini