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Un lanciatore "Patriot" rischierato in Turchia.

La NATO 3.0 e il coinvolgimento in Siria

Miscela Strategica – Il decennio balcanico rappresentò un’occasione insperata per rivitalizzare l’Alleanza Atlantica, che dopo la Guerra Fredda appariva obsoleta. Ragioni diverse sembrano ora sconsigliare un intervento, mentre la NATO – da mero strumento militare – ha affinato un ruolo decisamente politico a partire dall’Afghanistan.

 

NATO E BALCANI NEGLI ANNI NOVANTA – Nel clima euforico di generale ottimismo sul futuro delle relazioni internazionali seguito al crollo del Muro e, maggiormente, alla vittoria della coalizione dell’Occidente nella guerra del Golfo del 1991, la prima istituzione politico-militare a trovarsi paradossalmente in difficoltà fu l’Alleanza Atlantica. A minacciare la sua esistenza non erano più le armate del Patto di Varsavia, ma al contrario la loro scomparsa. In altre parole ci si chiedeva con insistenza a cosa servisse ancora la NATO dopo che il nemico si era praticamente dissolto prima di combattere. Si discuteva apertamente dello scioglimento dell’Alleanza o di una trasformazione della stessa talmente radicale da decretarne in un certo senso la fine: essa era considerata un residuato della Guerra Fredda o uno strumento poco utile. La NATO alla fine si salvò e si rafforzò con l’occasione offertale dal conflitto nella penisola balcanica, proprio mentre si apprestava a celebrare con scarso entusiasmo il proprio cinquantesimo anniversario. Il coinvolgimento dell’Alleanza – dapprima attraverso operazioni di controllo dello spazio aereo e poi con piccoli interventi al suolo – fu lento e graduale, ma la campagna aerea per il Kosovo si rivelò determinante, così come, in misura maggiore, la necessità di coordinare attraverso la struttura militare tutti gli aspetti del successivo intervento su terra, compreso il processo di pace nelle sue molteplici attività.

 

Un "AWACS" della NATO.
Un “AWACS” della NATO.

NATO E SIRIA – Riguardo all’attuale situazione in Siria, la NATO di fatto è già presente in quel teatro in primo luogo perché la Turchia è un membro dell’Alleanza, ovviamente “attivo” come struttura militare direttamente impegnata, ma che ha comunque attuato un piano difensivo. Quanto al resto, sarebbe ingenuo ritenere che non siano state avviate anche tutte le consuete misure per rafforzare i controlli sull’area, soprattutto dalle basi in territorio turco. Inoltre per la difesa dello spazio aereo turco sono state inviate dalla Germania, con un certo risalto mediatico, batterie di missili “Patriot”. Sotto silenzio è passato invece un evento banale (gennaio 2013), ma significativo riguardo all’immagine degli Stati Uniti in Turchia. Un piccolo gruppo di soldati tedeschi in libera uscita, scambiati per americani, sono stati oggetto di contestazione da parte della popolazione. Fonti tedesche ufficiose hanno interpretato l’equivoco come un segno di insofferenza verso gli USA da parte di frange islamiche non controllate e non se n’è sentito più nulla.

La domanda che ci si pone ora è se la NATO possa intervenire in Siria seguendo il modello attuato nel 1999 in Kosovo. Probabilmente no, per un complesso di ragioni che cercheremo di illustrare, ma tenendo presente che l’Alleanza è qualcosa di più di una semplice organizzazione militare, disponendo di un sistema permanente di consultazioni ad alto livello. La NATO insomma sa pensare da sola anche in termini politici.

 

IL FOCUS PRINCIPALE – Il dibattito sulla Siria all’interno dell’Alleanza sembra attualmente incentrato sul tema del “contenimento” della crisi. L’espressione è da far rizzare i capelli, perché ricorda gli anni dei massacri balcanici senza interventi di sorta, ma resta corretta sia per indicare il controllo esterno e l’isolamento del focolaio, le stesse misure cioè che non hanno fermato la violenza del decennio balcanico, sia, indirettamente nel contesto attuale, per ammettere una certa impotenza nel fare cessare gli eccidi. In maniera più articolata le posizioni suggerite riguardano:

a) il sostegno del dialogo tra tutte le forze interessate, ivi compreso il regime di Assad, per arrivare a una federazione al posto della Siria attuale;

b) mettere in sicurezza (o più probabilmente neutralizzare) l’arsenale chimico, anche con la collaborazione russa;

c) sostenere la difesa territoriale turca (vedasi appunto i missili “Patriot” e i sistemi radar “Awacs”) come impegno istituzionale e supportare lo sforzo turco nell’assistenza ai campi profughi.

Al contrario la creazione di una no-fly zone e la fornitura di armi ai ribelli sarebbero da sconsigliare. Indubbiamente, dato che queste osservazioni risalgono a prima della tensione internazionale sulla questione dell’impiego dei gas nervini, viene da chiedersi se esse non siano diventate il copione della rapida risoluzione di poche settimane fa.

 

C’È CHI DICE NO... – Gli argomenti contrari a un intervento sono molto articolati: si parla innanzitutto dei costi imprevedibili su diversi piani. Il primo naturalmente è quello delle vittime, perché viviamo l’epoca del “post-heroic warfare” e nessun Paese intende impegnarsi in un conflitto se non con profonde motivazioni direttamente collegate all’interesse nazionale. Altro punto – di questi tempi tutt’altro che trascurabile – è quello dei costi economici: il ricco Occidente nel suo complesso teme di affrontare una prova che non si esaurirebbe con un semplice intervento, ma che potrebbe invece portare a una escalation come in Afghanistan e Irak, richiedendo cioè «more boots on the ground». E sono proprio le lezioni apprese dall’esperienza afghana a muovere un’altra considerazione politica: la mancanza della volontà di realizzare uno sforzo deciso e unitario, vale a dire la stessa problematica che secondo numerosi commentatori ha indebolito l’azione complessiva di ISAF e non ha risolto come sperato la situazione nel Paese, né tanto meno conquistato – come invece si era sperato – «i cuori e le menti». In base ai principi del realismo politico più spinto nessuno può dire insomma se – in questo momento – un intervento sia giusto o sbagliato e soprattutto quali conseguenze potrebbe avere, considerando per di più la vicinanza a due cronici focolai di conflitti come Libano e Israele. Last but not least, anche la vicenda libica ­– che viene poco citata – sta esercitando una certa influenza tra le ragioni del no.

 

..E CHI DICE SÌ – Meno convincenti – all’interno del dibattito NATO – sono i punti a favore dell’azione, che partono dalla constatazione dell’importanza primaria del ruolo iraniano e di Hezbollah nella vicenda non solo siriana, ma negli equilibri generali del Medio Oriente. Il nocciolo del pensiero interventista, oltre ai richiami umanitari – perfettamente comprensibili – sottolinea come la Siria costituisca il terreno di passaggio degli aiuti e rifornimenti che dall’Iran vanno in Libano, trasformandosi nella caduta di razzi “Qassam” su Israele: interrompere questo passaggio rappresenta una vittoria strategica sull’Iran e un contributo alla stabilizzazione della regione. Inoltre, poiché l’esperienza dei conflitti intrastatali, dalla Bosnia, al Ruanda e alla Libia ha insegnato che raramente essi sono stati contenuti all’interno dei confini nazionali, un’azione diretta non otterrebbe la stabilizzazione dell’area e la fine dell’emergenza umanitaria, fatalmente destinata a protrarsi e a produrre un numero incalcolabile di vittime, in assenza di un’operazione netta e risolutoria. In effetti, ricordando l’agonia di una città come Sarajevo o le immagini che arrivarono dal Ruanda, anche la teoria interventista si comprende bene.

 

Giovanni Punzo

 

Collocazione delle batterie missilistiche “Patriot” a difesa della Turchia (“The Wall Street Journal”)
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