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L’Africa è davvero il continente della guerra? (I)

Miscela Strategica – Nell’opinione diffusa, l’Africa è la terra della guerra, dei grandi gruppi di ribelli che combattono per l’indipendenza e dei massacri su vasta scala. È questa la realtà? Le statistiche internazionali, la maggiore sensibilità dell’opinione pubblica africana e le dinamiche degli ultimi venti anni sembrano affermare il contrario: le guerre in Africa stanno diminuendo e il loro numero, pur restando elevato in termini assoluti, è in linea con i trend mondiali. Tuttavia, alcuni indici sono nettamente inferiori a quelli sudamericani e asiatici. (L’analisi è composta da due parti, la prima giovedì 26 settembre, la seconda giovedì 3 ottobre).

 

AFRICA: UN CONTINENTE IN GUERRA? – Parlando dell’Africa subsahariana, una delle idee che più comunemente corrono nella mente dell’opinione pubblica occidentale è che il continente nero sia il luogo naturale della guerra perpetua e senza soluzione: in nessun’altra macroregione al mondo i conflitti sarebbero esplosi con tanta violenza e con tale pervasività. Addirittura, alcuni importanti osservatori sostengono che la diffusione della guerra in Africa segua schemi pandemici. In effetti, se prendiamo in esame l’ultimo anno, subito si presentano i casi del Kivu, del Mali, della caccia a Joseph Kony e al suo Lord’s Resistance Army (LRA), della Somalia o dei due Sudan. Eppure, quanti di questi conflitti sono davvero scoppiati tra il 2010 e il 2013? E quanti di essi sono vere e proprie guerre interstatali? Affrontando la questione, si incontrano vere e proprie sorprese. [N.B. Per conflitto si intende uno stato di tensione armata che causa almeno 25 morti nell’arco di un anno].

 

Grafico che riporta il numero di conflitti per continente tra il 1946 e il 2011. (Uppsala Armed Conflict Data Program)
Grafico che riporta il numero di conflitti per continente tra il 1946 e il 2011 | Themnér, Lotta & Peter Wallensteen, 2012, “Armed Conflict, 1946-2011”, Journal of Peace Research 49(4)

IMPRESSIONI VS. STATISTICHE – Secondo lo Uppsala Armed Conflict Data Program (UACDP), le guerre nella totalità dell’Africa si sono presentate con un andamento pressoché costante per tutto il periodo della Guerra Fredda (1946-1989), subendo poi un brusco picco tra il 1989 e il 1992 e continuando a calare per i venti anni successivi, con una netta ripresa a partire dal 2010. I dati non sono singolari, poiché risultano totalmente in linea con il resto del mondo. Teniamo presente, per esempio, che il quadriennio 1990-1993 è stato caratterizzato in Africa dall’esplosione delle guerre in Somalia, Ruanda, Algeria, Gibuti, Sierra Leone e Burundi, ma al contempo si combatteva anche in Iraq, Jugoslavia, Caucaso (Georgia, Ossezia, Abkhazia, Cecenia…). Rispetto al 1990, oggi in Africa ci sono circa il 30% di conflitti in meno. Per di più, se si comparano i dati in termini assoluti, si nota che il continente più bellicoso è stato l’America centro-meridionale, mentre, analizzando l’indice delle guerre per Paese (wars-per-country) emerge che è l’Asia (anche senza il Medio Oriente) la regione nella quale la guerra si presenta più frequentemente e con durate mediamente più lunghe. Addirittura, secondo la statunitense Political Instability Task Force, la probabilità che un Paese potesse fronteggiare un conflitto interno tra il 1979 e il 2009 era mediamente del 34% in Asia (con picchi del 45% nel Sudest) e del 23% nell’Africa subsahariana. Certo, a incidere sulla percezione dell’opinione pubblica occidentale è la condizione generale nel continente nero, soprattutto in base alle immagini e alle testimonianze del dramma del popolo africano, nonché alle notizie dei grandi genocidi, quali quello del Ruanda (tra 800mila e 1 milione di morti) o del Darfur (circa 400mila vittime). Non dimentichiamo, però, che, per esempio, nella regione dei Grandi Laghi e in Somalia la comunità internazionale ha voltato lo sguardo per lungo periodo, talvolta addirittura compiendo, in caso di crisi contemporanee (Jugoslavia e Corno d’Africa) quanto Angelo Del Boca definì «la scelta della guerra dei ricchi a discapito della guerra dei poveri». Ovviamente, i dati richiamati non servono a illustrare un’immagine più serena dell’Africa, bensì a contestualizzare la situazione generale all’interno del sistema internazionale.

 

DOPO LA GUERRA FREDDA – Molti Stati africani hanno avuto esperienza di transizioni violente dopo l’indipendenza, con casi di guerre civili e terribili dittature. Ciò non deve stupire, considerati la realtà dei confini creati dall’esterno, i postumi dell’esperienza coloniale e i singoli processi di State building. Spesso, la struttura politica postcoloniale riproponeva i modelli antecedenti, con classi dirigenti che basavano la propria legittimazione sul sostegno della ex madrepatria, oppure che reagivano violentemente tentando di sovvertire gli equilibri del passato. Per tutta la Guerra Fredda, i nuovi Paesi africani furono costretti a rapportarsi col mondo bipolare, sperimentando sia i vantaggi economici della cooperazione, sia l’impatto delle volontà delle potenze globali (era l’epoca delle proxy wars). Dopo un incremento del PIL negli anni Sessanta e un suo crollo verticale fino agli anni Novanta, oggi l’economia africana sembra avere aspettative positive, provenienti soprattutto dagli investimenti in materia di sviluppo umano, energia verde, gestione delle risorse naturali e commercio “Sud-Sud” (Brasile e Cina), con una maggiore fiducia nei sistemi internazionali di stabilizzazione (Unione Africana, ECOWAS, SADC…). Le dinamiche sono in stretta correlazione con la diminuzione del numero dei decessi causati da conflitti e il calo degli scontri armati, nonostante i primi dati del 2010-2012 mostrino un’inversione di tendenza, riscontrata comunque a livello mondiale.

 

Numero di conflitti interni per regione dopo la Guerra Fredda (Uppsala Armed Conflict Data Program)
Numero di conflitti interni per regione dopo la Guerra Fredda | Themnér, Lotta & Peter Wallensteen, 2012, “Armed Conflict, 1946-2011”, Journal of Peace Research 49(4)

VIOLENZA INTERNA – Tuttora, i principali tipi di conflitto in Africa restano quelli interni, sebbene il loro numero sia dimezzato rispetto al 1995, anche grazie a una maggiore sensibilità affermatasi nell’opinione pubblica del continente. In questo senso, il miglioramento del tasso d’istruzione e dell’accesso alle tecnologie informatiche ha influito ampiamente. In alcuni Stati, le opposizioni armate sono state incapaci di adeguarsi alla fine del bipolarismo mondiale, cosicché, sebbene ancora in grado di colpire in modo sanguinoso, esse stanno scontando la divisione tra le componenti che proseguono sulla via bellicosa e quelle che hanno accettato di integrarsi nei sistemi rappresentativi formali. Non è un caso se, con l’ampliarsi di una talvolta anche soltanto debole convinzione democratica, la resistenza armata abbia trovato prosecuzione nella competizione elettorale, la cui accettazione garantisce l’accesso a finanziatori internazionali interessati a sostenere tali processi. Dopo il 1989, i conflitti che durante la Guerra Fredda non avevano incontrato le condizioni per esplodere emersero violentemente, come nei casi di Ruanda, Repubblica Democratica del Congo, Liberia e Sierra Leone. Contestualmente, in altri Paesi, tra i quali il sistema Etiopia-Eritrea e la Somalia, regimi politici dittatoriali modulati per affrontare il confronto bipolare collassarono fragorosamente. La fine dei finanziamenti provenienti dai blocchi obbligò ribelli e Governi a trovare vie alternative per mantenere un alto livello d’introiti: si ricorse, per esempio, ai diamanti in Angola e Sierra Leone, al coltan nel Congo-Kinshasa, al caffè e al cacao in Costa d’Avorio, mentre, recentemente, si stanno affermando i nuovi business del traffico di droga lungo la direttrice Sudamerica-Sahel (gruppi islamisti e forze armate corrotte)-Europa e della tratta di esseri umani.

 

(Continua)

 

Beniamino Franceschini

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