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Ventotto diverse politiche di difesa

Miscela Strategica I più attenti lettori del Caffè si saranno accorti di come la nostra rubrica “Miscela Strategica” sia cambiata dopo l’estate: più ricca di articoli, più ricca di mappe e schemi, tutto per comprendere meglio quelle tematiche strategiche e militari delle quali tanto sentiamo parlare, ma non sempre in maniera approfondita. Adesso aggiungiamo qualcosa in più.

 

Oggi vogliamo proporvi un’altra novità di “Miscela Strategica”: ogni mese vi offriremo un breve editoriale, un commento sulle questioni che abbiamo affrontato nelle settimane precedenti e che spesso si ripercuotono anche in quello che accade ogni giorno nel mondo. È un modo per confrontarci insieme in maniera più diretta, un complemento agli articoli che – è questa la nostra speranza – stimoli una gradevole discussione tra chi scrive e chi legge.

 

E questo mese non potremmo fare altro se non ritornare a parlare della Difesa Europea, che già abbiamo trattato in più di un’occasione. Si sente sempre molto parlare del triste stato delle forze armate europee, modernissime come equipaggiamenti ed eppure preda di forti tagli ai budget.

 

I membri dell’European Defence Agency – tanti quante le politiche di difesa

Certo, 70 anni di pace europea a volte ci fanno dimenticare la necessità delle forze armate, tuttavia proprio ciò che accade in aree del mondo relativamente vicine (Libia, Siria…) ci ricorda come la nostra stessa influenza diplomatica, di fatto, dipenda ancora da quanto lontano possiamo far giungere la nostra deterrenza militare. Non sorprende quindi il debole ruolo europeo nella crisi siriana: la posizione dei Paesi europei diventa quasi irrilevante senza l’appoggio di chi (come Washington) ha davvero i mezzi per intervenire. Ecco quindi un continente che deve cedere il ruolo di mediatore ad altri: USA, Russia, Cina…

 

Del resto, parliamo di “posizione dei Paesi europei” non a caso, perché è proprio in questi casi che si esplica il vero problema della difesa continentale. L’Europa, nonostante tutte le sue deficienze organizzative, possiede già una struttura capace di condurre azioni militari fuori dai propri confini, ed è pure ben congeniata. Allo stesso modo l’industria della difesa rimane tra le più moderne al mondo, capace di produrre mezzi di assoluta qualità. Il problema infatti rimane politico: a poco servono sistemi come quello dei Battlegroups se non si raggiunge mai un accordo. A poco serve avere tante industrie della difesa se non si fa squadra, consorziandosi e ottimizzandone i punti di forza e riducendo le debolezze. A poco serve avere forze armate modernissime se poi tutti questi problemi rendono arduo, se non impossibile, il loro uso anche solo a pochi chilometri da casa.

 

Il fulcro della questione è che un’organizzazione unitaria della difesa, che pure avrebbe tanti vantaggi (soprattutto in termini di riduzione della spesa e protezione dell’occupazione), richiede anche che i singoli Paesi rinuncino a parte della propria sovranità in politica estera e di sicurezza – e nessuno, a partire dai grandi attori Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia (quelli che schierano i contingenti più grandi) ha alcuna intenzione di farlo, nessuno vuole perdere consenso interno per aver agito nell’interesse comunitario a lungo termine quando questo possa cozzare contro quello locale a breve. Ciascuno ha una sua idea di come dovrebbero andare le cose e ovviamente mette il proprio Paese al centro di tutto, vuoi per motivi nazionalistici, vuoi per motivi puramente elettorali.

 

Come fanno notare Nick Whitney e Olivier De France dell’European Council on Foreign Relations, il problema non è l’assenza di una visione europea della difesa e della sicurezza: il problema è che esistono 27 (ora 28) visioni differenti, e nessuno è disposto a sacrificare la propria.

 

Riteniamo però che questo porterà ad ancora meno efficienza e sicurezza…

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